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Pensioni, sei modi per andarci prima

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19.04.2018 - Pensioni, sei modi per andarci prima (Anche senza nuove riforme) Oggi l’Economia gratis (Fonte Corriere.it)

Dall’anticipo (a pagamento) fino al riscatto della laurea, passando per l’utilizzo della rendita integrativa, del Tfr, del cumulo gratuito o dei risparmi: tutte le opzioni sul tavolo per raggiungere in fretta l’uscita. In attesa di vedere se e come verrà cambiata la legge Monti-Fornero

Rimettere mano alle pensioni, riformate l’ultima volta dalla legge Monti-Fornero, non sarà facile. Ma diversi partiti hanno messo nel loro programma elettorale la modifica delle norme che spingono sempre più in là la fine del lavoro. In attesa di vedere quali scelte verranno fatte dentro ai margini non certo larghi che la dura realtà dei conti pubblici lascia a chiunque governerà, ecco un riepilogo delle possibilità di manovra (poche, certo) che il sistema attuale offre adesso a chi volesse anticipare l’uscita. Pianificare quando andare in pensione per moltissimi ora può sembrare un sogno, o un’utopia. Entro certi limiti, invece, è possibile, come mostrano le simulazioni pubblicate in queste pagine; sono state realizzate in esclusiva per L’Economia da Progetica, società di consulenza in pianificazione finanziaria e previdenziale, in occasione del Salone del Risparmio che si è tenuto nei giorni scorsi a Milano.

Le sei opzioni

Chi vuole anticipare per quanto possibile il pensionamento ha sei carte da giocare: sono l’Ape volontario, la Rita (Rendita integrativa temporanea anticipata per chi aderisce alla previdenza integrativa), il cumulo gratuito dei contributi versati a enti diversi, il riscatto degli anni di laurea, il Tfr e infine l’impiego dei risparmi. Riscattare gli studi universitari, per esempio, può consentire in alcuni casi di staccare anche cinque anni e mezzo prima. Ricorrere all’Ape (Anticipo pensionistico) volontario permette di lasciare sino a 3 anni e 7 mesi prima. L’abolizione della riforma Monti-Fornero è uno dei principali punti nei programmi dei due partiti usciti vincitori il 4 marzo: Movimento 5 Stelle e Lega. «La gran parte delle promesse dei partiti politici si concentra su pensioni e assistenza, argomento ad alta sensibilità sociale e nervo scoperto degli italiani — sottolinea Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali —. I destinatari sono infatti molti: 16,1 milioni di pensionati, di cui 8,2 assistiti totalmente o parzialmente dallo Stato attraverso le integrazioni al minimo, oltre a qualche altro milione che aspira alla giusta quiescenza».

Nel mirino sono soprattutto il drastico allungamento della vita lavorativa deciso dalla legge Monti-Fornero (varata in tutta fretta alla fine del 2011 in uno scenario di emergenza dei conti pubblici), e il sistema di adeguamento alla speranza di vita per l’età di pensionamento. Questo meccanismo, insieme all’adozione del sistema contributivo per tutti i lavoratori a partire dal 2012, ha messo in sicurezza i conti del sistema pensionistico. Ma il prezzo sociale è e sarà molto pesante: si andrà in pensione sempre più tardi, e con vitalizi decisamente più bassi rispetto a quelli del passato. Nel 2018 per la pensione di vecchiaia occorrono 66 anni e 7 mesi per uomini e donne, dipendenti e autonomi. Nel biennio 2019-2020 si salirà per tutti a 67 anni. Per la pensione anticipata (legata all’anzianità contributiva del lavoratore) nel 2018 sono necessari 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 per le donne. Per il biennio 2019-2020 occorreranno 43 anni e 3 mesi per i primi, 42 e 3 per le seconde. E via via con un implacabile meccanismo di revisione biennale che nel 2050 porterà a 69 anni e 9 mesi l’età a cui si potrà andare in pensione di vecchiaia.

Un onere complessivo di quasi 49 mila euro, al netto delle detrazioni fiscali, per anticipare la pensione di 3,7 anni: lo deve sostenere un lavoratore che decida di chiedere l’Ape volontario per il massimo consentito. L’esempio si riferisce a un dipendente 63enne con 35 anni di contributi e uno stipendio netto di 1.500 euro da lavoro. L’elaborazione realizzata per L’Economia da Progetica, società di consulenza in pianificazione finanziaria e previdenziale, conferma che l’Anticipo pensionistico volontario ha un costo decisamente rilevante: l’operazione, quindi, è da valutare con molta attenzione.

«Nell’esempio la perdita è costante — dice Andrea Carbone, partner di Progetica —. Il lavoratore potrà ottenere un Ape di 762 euro, 738 in meno rispetto alla retribuzione; al momento del pensionamento, cioè durante i vent’anni di rimborso del prestito, riceverà una rendita di 813 euro, 354 in meno rispetto ai 1.167 euro che avrebbe ottenuto senza l’Ape. Infine la minor pensione dovuta all’anticipo, 151 euro in meno. I numeri dimostrano insomma che dal punto di vista economico l’Ape non conviene, ma ognuno deve trovare la propria risposta in base alle proprie condizioni lavorative, familiari e di salute». L’Ape volontario è partito nel febbraio scorso dopo una lunga gestazione, e salvo proroghe sarà disponibile sino al 31 dicembre 2019. È possibile solo ai lavoratori iscritti all’Inps, che compiono 63 anni (con almeno 20 di contribuzione) e possono anticipare sino a tre anni e sette mesi rispetto all’età richiesta per la pensione di vecchiaia. È a tutti gli effetti un prestito, liquidato da una banca e garantito da una polizza che assicura contro il rischio di premorienza del lavoratore. Alle rate mensili, durante l’anticipo si aggiungono gli interessi (2,9%), il premio assicurativo (circa il 30% del capitale) e il fondo di garanzia (1,6%). Si può detrarre il 50% degli interessi e del premio assicurativo. Il prestito viene restituito in vent’anni attraverso trattenute dalla pensione.

Una rendita di 178 euro mensili per i 43 mesi di anticipo dell’Ape volontario, se viene richiesto un prelievo del 50% del montante, oppure di 356 se questo è pari al 100% del montante stesso. In cambio, però, si avrà una pensione integrativa dimezzata. Ecco il confronto fra Ape volontario e Rita (Rendita integrativa temporanea anticipata), un altro strumento a disposizione di chi vuole anticipare, più conveniente ma riservato a chi aderisce alla previdenza complementare. «La simulazione è complementare rispetto a quella sull’Ape — sostiene Andrea Carbone, partner di Progetica —. Si riferisce a un 63enne con un reddito netto di 1.500 euro al mese che nel 2007 abbia aderito a un fondo pensione, accantonando un montante di 18 mila euro. Con questo gruzzolo potrà ottenere una pensione integrativa di 55 euro; se chiederà la Rita al 50%, l’assegno di scorta sarà di 28 euro, se invece la richiederà al 100% rinuncerà del tutto alla pensione integrativa». Per chi aderisce alla previdenza complementare, la Rita rappresenta un’alternativa interessante all’Ape perché non ha costi bancari o assicurativi. Naturalmente, quello che si riceverà prima non si avrà più al momento del pensionamento.

«L’Ape è una misura temporanea, prevista sino al 31 dicembre 2019 — spiega Carbone —. La Rita, invece, fa parte delle regole della previdenza integrativa. Consente di anticipare in parte o completamente il capitale maturato in una forma pensionistica complementare, godendo della stessa fiscalità agevolata dal 15% al 9%, a seconda della permanenza nel programma. Meglio una rendita subito, per 5 o 10 anni, e poi nessuna integrazione alla pensione o viceversa? Anche in questo caso, insomma, bisogna valutare la propria situazione personale». Per ottenere la Rita bisogna avere almeno 20 anni di contribuzione e 5 d’iscrizione al fondo: in questo caso si può anticipare fino a 5 anni. Se invece si è disoccupati da più di 24 mesi, è possibile anticipare fino a 10 anni.

Il riscatto della laurea può allargare l’assegno

Un trentenne che ha cominciato a lavorare a 24 anni potrà staccare a 66 anni e 9 mesi o 64 e 6 rispettivamente se riscatta tre o cinque anni di studi universitari. Senza quest’operazione dovrebbe invece smettere di lavorare a 70 anni e 2 mesi. Le simulazioni realizzate in esclusiva per L’Economia da Progetica, società indipendente di consulenza in pianificazione finanziaria e previdenziale, mostrano che il riscatto degli anni di laurea è, in certi casi, un formidabile alleato su cui contare se si vuole andare prima in pensione. In altri casi, permette di ottenere un vitalizio più elevato ma non di staccare prima. Ecco le regole basilari per ottenerlo. «Normalmente — spiega Andrea Carbone, partner di Progetica, che ha elaborato gli esempi e le analisi qui presentati — il riscatto degli anni di laurea consente di anticipare il pensionamento solo a chi si è laureato in corso e ha iniziato a lavorare presto, verso i 25 anni. Per coloro che invece hanno iniziato stabilmente oltre i trent’anni invece, potrebbe non servire a smettere prima. Anche in questo caso, insomma, bisogna fare delle simulazioni e valutare attentamente la propria posizione».

Possono essere oggetto di riscatto i periodi legali per il conseguimento di diplomi universitari e di laurea, specializzazioni post laurea, dottorati di ricerca, diplomi rilasciati da istituti di alta formazione artistica e musicale. Inoltre, se il titolo di studio ha valore legale in Italia, si può riscattare anche la laurea conseguita all’estero. Non possono essere riscattati i periodi d’iscrizione fuori corso. La domanda può essere inoltrata in qualsiasi momento (non è soggetta a termini di decadenza) e può riguardare anche un periodo inferiore a quello del corso legale di laurea. Il pagamento può essere dilazionato in 120 rate mensili, senza interessi. Una mano, in ogni caso, viene dal Fisco. Gli importi versati per il riscatto degli anni di laurea sono interamente deducibili dall’imponibile Irpef.

Duecento giorni di libertà valgono sette anni di lavoro

Andare in pensione prima? Si può.Ma che valore dare a un anno in più di vita da pensionato? Per alcuni lavoratori un anno di anticipo potrebbe valere l’equivalente di quasi 8 anni di lavoro, come vedremo tra poco. A causa dei vari vincoli di bilancio, all’orizzonte non appare imminente una sostanziale modifica delle attuali normative, eredità della riforma Monti-Fornero. Ma nulla vieta ad un cittadino di fare da sé e di provare a pianificare di smettere di lavorare prima dell’età della pensione. Gli strumenti per farlo sono almeno sei: alcuni piuttosto onerosi, come l’Ape, altri praticamente ad impatto zero sulle tasche, come il Tfr. In termini di tempi, la Rita consente ai disoccupati di poter disporre di risorse economiche fino a 10 anni prima del raggiungimento dei requisiti di vecchiaia. Mentre una pianificazione attraverso risparmi o patrimonio lascia liberi di decidere tempi e modi. Ma a quanto saremmo disposti a rinunciare, pur di poter smettere di lavorare un anno prima ? Le risposte non possono che essere soggettive, in funzione dei propri progetti di vita, delle condizioni di salute, economiche, lavorative e familiari. Per alcuni un anno di anticipo potrebbe valere un anno di stipendio.

Per altri sarebbe l’equivalente dei denari ai quali si rinuncia passando da lavoratore a pensionato. Ma per i lavoratori dipendenti, che hanno a che fare con calendari lavorativi, ferie e festività, potrebbe essere diverso. L’anno è infatti scandito da circa 104 giorni di weekend, 13 di festività e 28 di ferie. Il resto, si sa, sono 220 giorni medi lavorativi all’anno. Anticipare l’interruzione dell’attività lavorativa di un anno renderebbe immediatamente libere 220 giornate in più. Ed ecco la riflessione: in quanti anni di lavoro un dipendente riesce a mettere insieme 220 giorni di ferie ? La risposta è: in 7 anni e 10 mesi (220 diviso 28). Per alcuni lavoratori, dunque, anticipare di un anno l’interruzione lavorativa potrebbe valere l’equivalente di 7 anni e 10 mesi di stipendio. Una prospettiva affascinante, che merita qualche analisi e ragionamento, magari con l’aiuto di un educatore o di un consulente previdenziale.

Cgil e Fondazione Di Vittorio hanno presentato lo studio “I sistemi previdenziali in Europa”, da cui emerge che il sistema pensionistico italiano risulta tra i più penalizzanti.

Durante la presentazione Roberto Ghiselli segretario confederale della Cgil ha affermato ” È fondamentale reintrodurre un meccanismo di flessibilità in uscita in Italia, come previsto nella nostra piattaforma sindacale unitaria, con un’età di accesso al pensionamento a partire dai 62 anni, e occorre superare strutturalmente l’impianto della legge Monti-Fornero, introducendo i necessari elementi di sostenibilità, in particolare nei confronti dei giovani, delle donne, di chi svolge lavori manuali e gravosi, e dei lavoratori precoci”