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Pensioni, la rassegna stampa del 10.04.2018

pensioni

Il Tempo.it - Pensioni, cancellare la Fornero si può. Ecco come

Servono 15miliardi. Recuperabili da evasione e taglio agli incentivi

di Filippo Caleri

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Volendo credere a «Mister forbici» Carlo Cottarelli, che da tagliatore di spese inutili ha avuto grandi poteri e portato a casa modesti risultati, la riforma delle pensioni per mandare in soffitta la Fornero potrebbe costare una cifra consistente ma non impossibile da sostenere. Le stime dell’ex commissario della spending review parlano di circa 15 miliardi all’anno per coprire la revisione delle norme previdenziali.

«Per i primi anni almeno 15 miliardi l’anno. Bisognerebbe trovare le coperture ma non è facile» ha spiegato Cottarelli, durante il faccia a faccia di Giovanni Minoli in onda su La7, in merito al costo dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni. Non è chiaro a che tipo di intervento si riferisse, con molta probabilità alla proposta della Lega Nord di consentire l’uscita da lavoro con la quota 100 (cioè 60 anni di età anagrafica e 40 di contribuzione) oppure con 41 anni dei versamenti a prescindere dall’età anagrafica...

Il Sole 24ore - Pensioni, perché abolire la legge Fornero sarebbe un delitto contro i giovani

Cosa sanno gli italiani della legge Fornero del 2011? Ecco un bigino. Le misure principali sono tre. Primo, l’equiparazione dell’età di pensionamento di vecchiaia delle lavoratrici dipendenti private e pubbliche. Secondo, la modifica dell'età effettiva per l'accesso alle pensioni di anzianità (ridenominate “anticipate” dalla Fornero): dal sistema di quote (età anagrafica + anni di contributi) si è passati a un numero minimo di anni di contributi, che è stato legato alla speranza di vita. Terzo, il passaggio al sistema contributivo puro per tutti.

Scopriamo quindi che il tanto odiato meccanismo che sposta in avanti l'età di pensionamento di vecchiaia all'aumentare della speranza di vita non è stato introdotto dalla legge Fornero, bensì, l'anno prima, dalla legge Sacconi. La riforma Fornero ha esteso questo meccanismo ai requisiti per la pensione anticipata. La genesi della riforma Fornero è nota: mettere in sicurezza il sistema previdenziale, limitandone la crescita della spesa, in un momento di forte crisi economica. L'obiettivo è stato raggiunto. Ma, a sentire alcune forze politiche, a costi altissimi. Esaminiamoli.

Le principali critiche riguardano il meccanismo di aggiustamento automatico che innalza l'età di pensionamento in funzione dell'aumento della speranza di vita. Oggi, l'età di pensionamento di vecchiaia è 66 anni e 7 mesi. Siamo diventati il Paese europeo con l'età di pensionamento più elevata? Decisamente no. Più della metà degli italiani lascia ancora il mercato del lavoro a 60 anni, usufruendo di pensioni anticipate che hanno, per di più, un importo medio di due volte e mezzo superiore a quello delle pensioni di vecchiaia. L'aggiustamento automatico, applicato all'età di pensionamento per le pensioni di vecchiaia e ai requisiti per le pensioni anticipate, non è certo popolare, ma risponde a una logica economica stringente. Se viviamo più a lungo, vorremo avere il diritto a avere una pensione anche durante i mesi in più che vivremo.

Ma lo Stato come dovrebbe finanziarla? Ci sono due semplici alternative, o lavoriamo un po' più a lungo per finanziarcela, oppure chiediamo agli altri - ai giovani - di pagarcela. Con l'aggiustamento automatico dell'età di pensionamento e dei requisiti si sceglie la prima alternativa. Eliminandolo, scegliamo di presentare il conto ai giovani. L'altra critica riguarda proprio i giovani: se tratteniamo i lavoratori anziani al lavoro non ci sarà posto per i giovani. Questa affermazione non ha riscontri empirici. Come ben sanno i direttori del personale, lavoratori giovani e anziani hanno competenze e livelli di istruzione molto diverse, che li portano spesso a svolgere lavori diversi. Ciò che tiene i giovani fuori dal mercato del lavoro non è la presenza dei lavoratori anziani, bensì l'elevato costo del lavoro, su cui incidono drammaticamente i contributi previdenziali necessari proprio a finanziare le generose pensioni anticipate. Certo, le riforme Sacconi e Fornero non sono state perfette. Alcuni aspetti sono perfettibili. Due su tutti. Il sistema di pensionamento è troppo rigido. I lavoratori dovrebbero poter scegliere quando andare in pensione, tuttavia accettando la logica che chi lascia il lavoro prima riceve una pensione più bassa. L'Ape volontaria o la riforma proposta dall'Inps («non per cassa, ma per equità») vanno in questa direzione. Il meccanismo di aggiustamento automatico è troppo draconiano. Se viviamo 5 mesi in più perché dovremmo lavorarne altrettante in più? E infatti sarebbero sufficienti 3 o 4 mesi di lavoro in più per auto-finanziare il maggior periodo in pensione.

Inoltre, l'aumento medio della speranza di vita maschera importanti differenze. Ad esempio, le persone maggiormente istruite o che fanno lavori meno usuranti vivono più a lungo. Dunque giusto chiedere soprattutto a loro di lavorare di più. Eliminare il meccanismo di aggiustamento e ridurre l'età di pensionamento - ovvero cancellare le riforme Sacconi e Fornero - è sicuramente possibile, se ci sarà la volontà politica. I costi per la finanza pubblica sono ingenti: 15-20 miliardi di euro all'anno. Ma forse l'aspetto più grave sta nell'impatto sull'equità intergenerazionale. Si continuerebbe a dare risorse alle generazioni anziane - ai sessantenni da mandare in pensione prima - togliendole ai giovani - a cui rimarrebbe da pagare il conto, in termini di maggiori contributi e minore occupazione. Insomma anche la “terza repubblica” partirebbe con una politica contro i giovani.

In pensione anche a 71 anni

Ecco chi dovrà attendere i 71 anni per andare in pensione secondo la circolare emanata dall'Inps che ha ufficializzato l'aumento di 5 mesi per il biennio 2019/2020

- C'è chi in pensione potrà andare solo a 71 anni. A fare luce su queste nuove dinamiche ci ha pensato la circolare numero 62 del 4 aprile scorso, quella con cui, per intenderci, l'Inps ha reso ufficiale l'aumento di cinque mesi dei requisiti pensionistici relativi al biennio 2019/2020.

Ecco chi andrà in pensione a 71 anni

- C'è chi in pensione potrà andare solo a 71 anni. A fare luce su queste nuove dinamiche ci ha pensato la circolare numero 62 del 4 aprile scorso, quella con cui, per intenderci, l'Inps ha reso ufficiale l'aumento di cinque mesi dei requisiti pensionistici relativi al biennio 2019/2020.

Ma chi sono i soggetti a cui toccherà lavorare fino a 71 anni? «Con riferimento ai soggetti il cui primo accredito contributivo decorre dal 1° gennaio 1996 – si legge nella circolare - l'adeguamento all'incremento della speranza di vita previsto dal decreto in parola deve altresì applicarsi al requisito anagrafico previsto dall'articolo 24, comma 7, della legge n. 214 del 2011, che consente l'accesso alla pensione di vecchiaia con un'anzianità contributiva minima effettiva di cinque anni e che, dal 1° gennaio 2019, si perfeziona al raggiungimento dei 71 anni».

Dal 1° gennaio 2019 aumentano i requisiti richiesti per poter andare in pensione. Li indica nel dettaglio l’Inps con la circolare n. 62 del 4 aprile 2018

10 aprile 2018 - Dal prossimo anno si potrà andare in pensione anticipata rispetto all’età di vecchiaia solo con 43 anni e tre mesi di contributi (42 anni e tre mesi per le donne). Entreranno infatti in vigore dal prossimo 1° gennaio 2019 le novità comunicate dall’INPS in tema di adeguamento dell’età pensionabile al terzo aggiornamento ISTAT delle speranze di vita. Novità che comporteranno una maggiore permanenza, di 5 mesi, nel mercato del lavoro da parte dei lavoratori prima di poter avere diritto alla pensione nel biennio 2019-2020.

PENSIONE, I NUOVI REQUISITI – E’ il terzo adeguamento alle spettanze di vita dall’entrata in vigore della Legge Fornero, che andrà ad interessare tutti i requisiti per il conseguimento delle prestazioni pensionistiche, a partire dalle pensioni anticipata e di vecchiaia. Dal 1° gennaio 2019, dunque, i requisiti per l’accesso alle prestazioni pensionistiche

pensionistiche diventano:

  • per la pensione anticipata, 43 anni e 3 mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi di contributi per donne pari, rispettivamente, a 2249 settimane e a 2197 settimane di versamenti, contro i 42 anni e 10 mesi e 41 anni e 10 mesi previsti attualmente;
  • per i lavoratori precoci di cui all’articolo 1, co. 199 della legge 232/2016, 41 anni e 5 mesi di contributi (2154 settimane) contro i 41 anni attuali;
  • per la pensione di vecchiaia, saranno necessari 20 anni di contributi e 67 anni di età sia per gli uomini che per le donne, contro gli attuali 66 anni e 7 mesi;
  • per la totalizzazione di anzianità (Dlgs 42/2006), dal 2019, saranno necessari 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica, oppure 66 anni per la prestazione di Il tutto fermo il criterio delle finestre mobili pari a 21 mesi per la totalizzazione di anzianità e di 18 mesi per quella di vecchiaia;
  • per il conseguimento dell’assegno sociale si passa dagli attuali 66 anni e 7 mesi a 67 anni.

Saranno esentate dall’aumento dei requisiti i lavoratori impegnati in lavori gravosi delle 15 categorie definite dal governo.

L’Istituto nazionale di previdenza sociale guidato da Tito Boeri aggiunge per ottenere la pensione di vecchiaia, nel periodo 1° gennaio 2019 – 31 dicembre 2020, bisognerà avere almeno 67 anni di età. In alcuni casi il requisito anagrafico per l’accesso alla pensione si alzerà addirittura a 71 anni.

Si torna nel frattempo a parlare di abolizione della riforma Fornero, uno dei cavalli di battaglia della Lega Nor. Carlo Cottarelli, l’ex commissario alla spending review, nel corso di un’intervista a Gianni Minoli ha sottolineato: “Abolire la legge Fornero ci costerebbe per i primi anni almeno 15 di miliardi l’anno. Bisognerebbe trovare le coperture, ma non è facile (…) poi dipende naturalmente da come si scrivono i provvedimenti e si possono sempre trovare le coperture. Il debito non deve essere ripagato, deve scendere rispetto al Pil. Se il rapporto tra debito e Pil scende, bisogna evitare il numeratore cioè che aumenti il debito. Non si può fare aumentando il deficit sperando che questo faccia crescere l’economia. Bisogna che il Pil cresca, perché si fanno riforme strutturali”.

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