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CGA, con sentenza del 03.05.2018 respinto il ricorso dell' Assessorato della formazione professionale contro l' Ecap Agrigento


Pubblicato il 03/05/2018

N. 00261/2018REG.PROV.COLL.

N. 01003/2016 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA

in sede giurisdizionale

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1003 del 2016, proposto da
Regione Sicilia - Assessorato dell'istruzione e della formazione professionale, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato, domiciliata ex lege in Palermo, via De Gasperi n. 81;

contro

Ecap Agrigento - Ente di formazione professionale, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dall'avvocato Girolamo Rubino, con domicilio eletto presso il suo studio in Palermo, via Oberdan n. 5;

per la riforma

della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia (Sezione Terza) n. 2256/2016, resa tra le parti, concernente esecuzione sentenza n. 1842/2015 del TAR Palermo, sez. III.


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio dell’ECAP di Agrigento Ente di formazione professionale;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 11 aprile 2018 il Cons. Giuseppe Barone e uditi per le parti l’avvocato dello Stato per Assessorato istruzione e Piazza Davide su delega orale dell'avvocato Rubino per ECAP Agrigento;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO

L’ECAP di Agrigento ha agito in prime cure nei confronti dell’Assessorato dell’istruzione e della formazione professionale nonché nei confronti dell’Accademia Palladium per l’esecuzione della sentenza del TAR Sicilia - Palermo n. 1842/2015.

L’ECAP, dopo avere precisato di essere un ente di formazione professionale che da anni svolge la propria attività nell’ambito dei piani regionali dell’offerta formativa, emanati ai sensi della l.r. n. 24/1976, ricorda che il TAR della Sicilia, con sentenza n. 1842 del 22.7.2015 aveva accolto il suo ricorso teso all’annullamento del d.d.g. 384 del 28.1.2015, con il quale era stata disposta la revoca dell’accreditamento, presupposto indispensabile per lo svolgimento delle attività di formazione professionale finanziate dall’amministrazione regionale.

Avverso la ricordata sentenza l’Assessorato proponeva ricorso in appello dinanzi al CGA, il quale pronunciandosi sull’istanza cautelare la respingeva con ordinanza n. 663/2015.

Dal momento che la favorevole sentenza del TAR 1842/2015 rimaneva pienamente produttiva dei suoi effetti, l’amministrazione regionale emanava i dd.dd.gg. n. 8263 del 5.11.2015 e n. 8612 del 13.11.2015, con i quali, pur approvando i progetti presentati dall’ente, consentendogli in tal modo l’avvio delle attività formative, imponeva, tramite la previsione dell’art. 6 di entrambi i decreti, la condizione risolutiva secondo cui, ove la sentenza di merito del CG, da rendere sull’appello pendente avesse riformato la sentenza di primo grado, l’ECAP sarebbe stato tenuto alla restituzione delle somme attualmente corrisposte.

L’odierno resistente, ritenendo che la clausola appena citata risultasse elusiva nel giudicato e, quindi, palesemente nulla, ha adito il TAR denunciando l’elusione del giudicato e la nullità della clausola, dal momento che la sentenza del TAR, non sospesa “impone all’amministrazione di consentire all’ente … di svolgere le attività formative in maniera piena a condizioni pari rispetto a tutti gli altri enti di formazione accreditati”.

L’appellato ha cura di precisare che la questione “è di importanza centrale per l’effettività del ricorso proposto in primo grado, dal momento che in presenza della disposizione oggetto di attenzione, la compagnia assicurativa non permette all’ECAP di Agrigento la stipula della polizza fideiussoria per l’inizio delle attività”.

Il TAR ha accolto il ricorso nei termini che seguono: pur avendo ritenuto che non può trovare applicazione l’art. 114, comma 2, lett. b), che prevede la dichiarazione di nullità degli atti posti in violazione o elusione del giudicato (giacché un vero e proprio giudicato non esiste) ha ritenuto tuttavia (applicando i principi di cui alla sentenza del Cons. Stato 2002/2015) che i provvedimenti regionali impugnati, nella parte corrispondente alla clausola contestata, si appalesano illegittimi per eccesso di potere ed emanati in violazione dell’obbligo di leale cooperazione per la concreta attuazione della sentenza. Ha quindi dichiarato inefficaci i provvedimenti impugnati nella parte rilevante.

Avverso la sentenza del TAR ha proposto appello l’Assessorato che, dopo un breve riepilogo dei fatti di causa, ha difeso la legittimità della clausola impugnata ritenendo che legittimamente l’amministrazione ha agito sulla base del principio, del tutto pacifico, per cui “il tempo del processo non deve andare a danno di chi ha ragione”. Per cui – ha continuato - nel caso di esito positivo dell’appello, gli effetti non potranno che retroagire alla data della proposizione del ricorso avversario di primo grado, rendendolo tam quam non esset la sentenza impugnata.

Quanto alla onerosità economica della fideiussione, l’amministrazione appellante ritiene, per dirla in breve, che questo sia un affare che riguarda l’ECAP e non può costituire indice alcuno di elusione dell’autorità della sentenza di cognizione.

Conclude quindi per l’accoglimento dell’appello.

Alla camera di consiglio dell’11.4.2018 l’appello è stato trattenuto per la decisione.

DIRITTO

L’appello è infondato.

Nella medesima camera di consiglio a cui è chiamato il presente appello è stato respinto l’appello dell’amministrazione proposto per la riforma della sentenza 1842/2015, così che la condizione, contenuta nella clausola di cui si discute, non ha possibilità di avverarsi. Tuttavia il Collegio non intende sottrarsi all’onere di valutare nel merito l’appello sottoposto al suo esame, che ritiene infondato.

Si è osservato più sopra che pur in assenza della clausola contestata, l’amministrazione, ove fosse risultata vincitrice dell’appello, avrebbe conservato il potere di recuperare le somme erogate all’ECAP per la sua attività di formazione.

Ciò non significa però che essa, in esecuzione della sentenza del TAR, potesse aggiungere a quanto stabilito dal Giudice delle determinazioni che certamente indeboliscono l’efficacia della sentenza che ha pienamente conservato la sua efficacia, rendendo molto più oneroso per l’ente lo svolgimento della sua attività, la quale, come si evince dagli atti, è fortemente condizionata dalla possibilità di stipulare la polizza fideiussoria, necessaria per l’inizio delle attività.

Risulta pertanto pienamente condivisibile l’affermazione del primo Giudice secondo cui, nel caso specifico, l’amministrazione ha violato l’obbligo di leale cooperazione per la concreta attuazione della sentenza, attuazione che costituisce una delle regole fondamentali dello stato di diritto, secondo cui i provvedimenti del Giudice amministrativo, perdurando la loro efficacia, debbono essere eseguiti integralmente dalle parti del giudizio (art. 112, comma 1, c.p.a.).

Del resto con l’originaria sentenza del TAR Palermo 1842/2015 era stato annullato il decreto del direttore generale n. 5508 del 14 ottobre 2014, di revoca dei d.d.g. n. 486, n. 487, n. 488 e n. 489 del 27/03/2007, con cui erano stati rilasciati all’ente ricorrente gli accreditamenti provvisori per lo svolgimento nella Regione siciliana dell'attività riconosciuta di orientamento e di formazione professionale.

Appare evidente al Collegio che, in sede di esecuzione della richiamata sentenza del 2015, l’amministrazione doveva esercitare il potere nel senso di ripristinare il contenuto dei decreti, quali essi erano prima della revoca, senza aggiungervi condizioni che rendessero l’utilizzazione dei decreti di accreditamento più onerosa. In questo, infatti, sussiste la violazione dei limiti e dei vincoli, che secondo la giurisprudenza, tendono ad assicurare, un’esecuzione secondo buona fede ed impediscono che l’amministrazione, nel dare esecuzione alla statuizione del Giudice della cognizione, ponga in essere atti o comportamenti soprassessori ed inutili (v. Cons. Stato, n. 2002/2015).

Conclusivamente l’appello deve essere respinto perché infondato con piena conferma della sentenza di primo grado.

Le spese seguono la soccombenza e vanno quantificate in euro 1.500,00 (millecinquecento) oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, definitivamente pronunciando, respinge l’appello perché infondato.

Condanna l’amministrazione alle spese del grado, nella misura di euro 1.500,00 (millecinquecento), oltre accessori di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del giorno 11 aprile 2018 con l'intervento dei magistrati:

Rosanna De Nictolis, Presidente

Silvia La Guardia, Consigliere

Nicola Gaviano, Consigliere

Giuseppe Barone, Consigliere, Estensore

Maria Immordino, Consigliere

     
     
L'ESTENSORE   IL PRESIDENTE
Giuseppe Barone   Rosanna De Nictolis
     
     
     
     
     

IL SEGRETARIO