Visite agli articoli
6873869

Abbiamo 486 visitatori e nessun utente online

Esempio di aspetto di una tabella categoria blog (Categoria FAQ/Lingue)

Pensioni, la rassegna stampa del 22.05.2018

PENS

Clicca qui e leggi il testo sulle pensioni, il reddito di cittadinanza e le pensioni di cittadinanza

Pensioni: cosa sono la quota 100 e le altre idee di Lega e M5S

Le donne a riposo a 58 anni (col metodo contributivo) e tutti a 64 anni con 36 di contributi. Così Salvini e Di Maio vogliono cambiare la previdenza

Panorama di Andrea Telara

Opzione donna, quota 100 e pensione di cittadinanza. Ecco i tre pilastri su cui potrebbe poggiare (ma il condizionale è d’obbligo) la nuova previdenza targata Lega e Movimento 5Stelle, le forze politiche vincitrici delle ultime elezioni del 4 marzo. 

Nel contratto di governo che i due leader Matteo Salvini e Luigi Di Maio stanno mettendo a punto, un  ampio spazio viene riservato alle pensioni, con l’obiettivo di smontare pezzo per pezzo la Legge Fornero, l’ultima riforma previdenziale approvata in Italia nel dicembre 2011. Ecco, di seguito le principali misure messe in cantiere dalla nuova maggioranza

Quota 100 

La misura previdenziale più significativa contenuta nel contratto di governo è l’introduzione della cosiddetta Quota 100. Si tratta di un sistema che consente di andare in pensione quando la somma dell’età anagrafica del lavoratore e deei suoi anni di contributi superano una determinata soglia, fissata appunto a 100. Esempio: chi ha 64 anni potrà mettersi a riposto se ha accumulato almeno 36 anni di contributi. A chi ha compiuto 66 anni, invece, basterà avere 34 anni di carriera alle spalle. 

Inoltre, il contratto di governo prevede anche la possibilità di accedere a una nuova pensione di anzianità per chi ha accumulato 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età anagrafica.  Si tratta di finestre  di uscita dal lavoro più generose rispetto a quelle previste dalla Legge Fornero che permette di andare in pensione attorno ai 67 anni (con l’assegno di vecchiaia) o con 42 anni e 10 mesi di carriera (41 anni e 10 mesi per le donne), indipendentemente dall’età. 

Opzione Donna 

L’accordo di governo ormai prossimo alla firma prevede anche la reintroduzione dell’Opzione Donna, un sistema che permette alle lavoratrici del settore pubblico e privato di mettersi a riposo con appena 58 anni di età (59 anni per le lavoratrici autonome) e 35 anni di contributi

Chi vuole avvalersi dell’Opzione Donna deve però accettare che la sua pensione venga calcolata interamente  con il poco vantaggioso metodo contributivo, un sistema comporta un taglio di almeno il 30-40% rispetto all’assegno che maturerebbe invece con il più conveniente metodo retributivo (cioè in proporzione alla media degli ultimi stipendi). 

Pensione di cittadinanza

Il terzo pilastro della nuova previdenza di Lega e 5Stelle è l’introduzione di una pensione di cittadinanza di 780 euro al mese, ben più alta dell’assegno minimo di 500 euro. La nuova rendita spetterà a tutte le persone anziane che non sono più in età da lavoro e si trovano al di sotto della soglia di povertà assoluta. 

IL SOLE 24 ORE

Come si dividono gli elettori 5Stelle e Lega su pensioni e fisco

L’accordo definitivo sul programma del governo Movimento 5 Stelle-Lega è stato pubblicato, ma in Italia più che altrove la distanza che separa promesse e realtà non è proprio piccolissima. I motivi sono diversi: intanto i due partiti non hanno elencato praticamente nessuna copertura certa per spese e tagli di tasse che intendono realizzare, il che provocherebbe una voragine nei conti pubblici italiani come non se ne vedevano forse dai tempi di Bettino Craxi.

Ma se anche per ipotesi realizzassero le loro proposte, resta da vedere come reagiranno i loro elettori. Esistono evidenze – fra cui ormai diversi sondaggi – secondo cui la distanza che separa le idee degli elettori leghisti da quelle dei 5 Stelle è senz’altro minore rispetto, per esempio, a un’ipotetica alleanza di questi ultimi con il Partito Democratico. Anche alcune dichiarazioni di leader dell’ormai primo partito italiano hanno espresso chiaramente questo concetto, ribadendo che l’elettorato del Movimento 5 Stelle è tutto sommato più affine a quello della Lega che a qualunque altro partito esistente.

Affine però non significa affatto identico, e non a caso alle elezioni i due schieramenti si sono presentati in coalizioni diverse. Per parte sua, il Movimento 5 Stelle ottiene voti da un gruppo più eterogeneo di persone, e quando si tratterà di mettere in pratica quanto promesso – ammesso sia possibile – ci sono pochi dubbi che su alcuni temi sarà più facile legiferare senza temere ritorsioni in cabina elettorale e su altri invece l’opposto.

Per distinguere i primi dai secondi possiamo ricorrere a un sondaggio condotto da Quorum/YouTrend per SkyTG24 che compare all’interno del libro “Una Nuova Italia”, uscito da poco per l’editore Castelvecchi. L’indagine ha cercato di capire come la pensano gli elettori dei due partiti su quattordici temi diversi, con le conclusioni riportate in diversi post sul blog dell’istituto di ricerca, e trovato che sono in particolare sei quelli su cui i due gruppi di persone hanno maggiore affinità.

Il più rilevante, almeno rispetto alla tenuta dei conti pubblici, riguarda senza dubbio le pensioni. Oltre metà di entrambi gli elettorati non ritiene affatto che se si vive più a lungo si debba andare in pensione più tardi dal che – sebbene in maniera indiretta – si deduce che un intervento volto a indebolire la legge Fornero potrebbe essere fra le primissime mosse del nuovo governo.

Le aziende sequestrate e confiscate ai mafiosi non rischieranno il fallimento né i dipendenti di perdere il posto di lavoro. È questo l’obiettivo del decreto legislativo approvato in via definitiva dal Consiglio dei ministri, dopo il sì delle Commissioni speciali di Camera e Senato. Si tratta di uno dei decreti attuativi del codice antimafia approvato nel 2017.
Il decreto, approvato su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Giuliano Poletti, introduce disposizioni per la tutela del lavoro nelle imprese sequestrate e confiscate sottoposte ad amministrazione giudiziaria, favorendo l’emersione del lavoro irregolare, nonché il contrasto dell’intermediazione illecita e dello sfruttamento del lavoro e consentendo, ove necessario, l’accesso all’integrazione salariale e agli ammortizzatori sociali. Le nuove disposizioni sono volte a sostenere la continuazione o la ripresa dell’attività delle imprese sequestrate e confiscate sottoposte ad amministrazione giudiziaria, con l’obiettivo di contrastare la presenza delle organizzazioni criminali nel tessuto economico e di offrire un’opportunità concreta di lavoro, nonché di favorire il mantenimento e lo sviluppo delle professionalità acquisite, evitando che aziende sequestrate e confiscate alla criminalità organizzata siano destinate a fallire. In particolare, il decreto introduce una serie di misure di sostegno. Innanzi tutto uno specifico trattamento di sostegno al reddito dei lavoratori che non possono fruire degli ammortizzatori sociali ordinari, pari al trattamento straordinario di integrazione salariale, per la durata massima di 12 mesi nel triennio; in secondo luogo una indennità mensile per i lavoratori che non possono fruire della NaSpI, per la durata di quattro mesi e pari alla metà dell’importo massimo mensile della indennità di disoccupazione; infine è prevista l’estensione delle misure di agevolazione per le imprese, previste dalla legge legge di Stabilità del 2015, e cioè il credito di imposta per le imprese del Mezzogiorno e il cosiddetto superammortamento. Il decreto introduce poi specifiche regole per le imprese sequestrate e confiscate in materia di Documento unico di regolarità contributiva (Durc) e di opponibilità dei provvedimenti sanzionatori in materia di lavoro e di legislazione sociale. Sono, infine, previsti flussi di comunicazione tra le autorità amministrative, l’autorità giudiziaria, il Prefetto e l’Inps, per garantire la completa informazione di tutti gli enti interessati.

Pensioni, con Ape volontario assegno da 925 euro al mese

4.200 domande già presentate all’INPS. L’importo medio è di 925 euro, per cui sono già 173 milioni le risorse già impegnate per l’APE volontario.

I dati sono diffusi dal Sole24Ore: l’Ape volontario permette di andare in pensione a 63 anni con 20 anni di contributi. “La misura è sperimentale e ha un impatto lievissimo sulle finanze pubbliche – scrive il quotidiano – poiché i beneficiari si autofinanziano con una tariffa amministrata per poi rimborsare il prestito-ponte nei primi vent’anni di pensione. È una forma di flessibilità in più che, a differenza dell’Ape sociale, non rischia dunque lo stop: andrà avanti almeno fino alla fine della sperimentazione, ovvero dicembre del 2019, poi si vedrà”.  I primi versamenti dovrebbero scattare all’inizio di luglio.

Pensioni 2018: notizie, novità, calcolo e tutto quello che c'è da sapere

"Pensioni, uscita dal lavoro a partire da 62 anni"

C'è da fare i conti con la realtà. Abolire la legge Fornero costerebbe nell'immediato almeno "11 miliardi", ma questo costo potrebbe salire anche a "15 miliardi". Così il presidente dell'Inps Tito Boeri, aggiungendo che in termini di debito pensionistico l'onere sarebbe di circa 85 miliardi. Il tutto creando un sistema "doppiamente iniquo" per i giovani e per chi ha pagato il costo della Fornero, oltre che problemi di "sostenibilità al nostro Paese".

pensioni eta pensionabile infografica-3



Pensione a 60 anni

Il portale Tecnica della Scuola, autorevole mezzo di informazione in relazione al mondo della scuola, rivela che il provvedimento quota 100  riceverebbe un'attenzione particolare da parte di migliaia di professori che insegnano nella scuola secondaria, potendo quest'ultimi riscattare 4-5 anni del loro percorso di studi all'Università. L'età media degli insegnanti si aggira intorno ai 60 anni. Qualora dunque fosse varata Q100, secondo quanto riporta il noto sito inerente il mondo scolastico, assisteremmo ad un boom di pensionati sessantenni.

Pensioni, bomba a orologeria Lega e M5S giocano col fuoco

IL GIORNALE.IT

Il Def: nel 2040 spesa pensionistica al 18,4% del Pil. Azzerare la riforma Fornero creerebbe uno squilibrio

Le velleità controriformistiche della compagine giallo-verde in materia previdenziale molto presto dovranno fare i conti con l'amara realtà.

La spesa pensionistica, secondo quanto evidenziato da un capitolo del Def 2018 dedicato a questo tema, è destinata a decrescere in percentuale del Pil fino al 2020 in virtù della riforma Fornero per poi tornare a crescere in virtù delle tendenze demografiche legate al progressivo pensionamento dei baby boomers (in particolare, i nati negli anni '60). Precisamente, si legge nel documento, il rapporto, che nel periodo 2015-2020 dovrebbe diminuire dal 15,7 al 15,1%, raggiungerà il picco del 18,4% nel 2040 per poi riprendere a calare.

Lo scorso 9 maggio, nel corso dell'audizione sul Def dinanzi alle commissioni speciali riunite, il vicedirettore generale di Bankitalia, Luigi Federico Signorini, aveva ribadito che «la sostenibilità del debito pubblico italiano poggia in larga misura sulle riforme pensionistiche introdotte nell'arco degli ultimi decenni, che assicurano una dinamica degli esborsi in complesso gestibile nonostante l'invecchiamento della popolazione». Un commento che si riferiva direttamente ai contenuti del Documento di economia e finanza ribadendo che «collocare in modo credibile il debito pubblico lungo un sentiero di duratura e visibile riduzione è un obiettivo largamente condiviso», soprattutto in questo momento favorevole in virtù della congiuntura espansiva del Pil.

Il messaggio «politico», palesemente sottovalutato da Lega e M5S, è proprio questo: non si può pensare di aumentare la spesa pubblica tra i 5 e gli 8 miliardi all'anno per ripristinare il vecchio sistema del pensionamento di anzianità reintroducendo la «quota 100» in virtù di un trend sicuramente preoccupante. Non si tratta solo di correggere squilibri determinati da un particolare andamento demografico, ma di confrontarsi con un quadro tendenziale nel complesso preoccupante in quanto il tasso di crescita del Pil potenziale è visto dimezzarsi dal trend pre-2015 dell'1,4% a uno 0,7% medio fino al 2060. La spesa pensionistica del prossimo triennio crescerà in media del 3% annuo: farla crescere ulteriormente creerebbe un ulteriore buco nei conti pubblici. Quello che Lega e M5S stanno facendo finta di non sapere è che fare uscire dal mondo del lavoro i sessantenni con le regole attuali del sistema previdenziale significa aumentare il numero delle prestazioni pagate nei prossimi trent'anni.

Tanto più che il complesso della spesa age-related (cioè commisurata all'invecchiamento della popolazione nel ventennio 2035-2055 si manterrà stabilmente attorno al 30% del Pil. In pratica ogni 10 euro prodotti se ne spenderanno tre per pensioni e sostegno alla terza età, sanità inclusa. Occorre, perciò, riflettere.

Stampa Email