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Pensioni 2018, tutte le novità

 inps

16.01,2018 - Miglioramento delle tutele a carico dello Stato per i soggetti più in difficoltà e maggior spazio a strumenti di flessibilità previdenziale finanziati dai lavoratori stessi o dalle aziende.

Il 2018 può considerarsi un anno di transizione per quanto riguarda la previdenza,umento di cinque mesi dei requisiti che allontanerà il pensionamento scatterà solo nel 2019. Quest'anno le uniche penalizzate sono le lavoratrici del settore privato e le autonome a cui sono richiesti 66 anni e 7 mesi di età per accedere alla pensione di vecchiaia, al pari di tutti gli altri lavoratori. Si conclude infatti il percorso di parificazione dei requisiti iniziato nel 2010.

A causa delle poche risorse a disposizione, con la legge di bilancio 2018 sono state apportate poche modifiche al quadro già esistente, improntate comunque a migliorare la flessibilità nel passaggio lavoro-pensione. Ecco quindi la revisione dei requisiti richiesti per accedere all'Ape sociale, il reddito ponte a spese dello Stato destinato a chi ha almeno 63 anni e si trova in difficoltà, e per la pensione con 41 anni di contributi riservata ai precoci, cioè chi ha lavorato prima dei 18 anni.

Vengono poi potenziati due strumenti già esistenti e a costo zero per lo Stato: la Rita, rendita integrativa temporanea anticipata, alimentata dalla previdenza integrativa, da quest'anno consente di ricevere un assegno ponte fino a 5 anni prima del pensionamento, o addirittura 10 anni se si è disoccupati; viene estesa in via sperimentale fino a 7 anni la durata dell'isopensione, lo scivolo a carico delle aziende per accompagnare alla pensione i dipendenti in esubero. In attesa che diventi operativo l'Ape volontario.

Insomma un anno in cui si aumenta la flessibilità in uscita in vista dell'innalzamento dei requisiti per la pensione che scatterà nel 2019 e poi, nel 2021, con le nuove regole introdotte poche settimane fa dalla legge di bilancio 2018. Tutte le novità e le regole principali della previdenza, come il calcolo dell'assegno o la previdenza complementare, sono spiegate in “Pensioni 2018” in modo semplice ed esaustivo anche tramite esempi, calcoli di convenienza e box di approfondimento.

Cambiano i requisiti anagrafici per richiedere l'assegno sociale nel 2018. Da quest'anno infatti servono almeno 66 anni e 7 mesi per accedere all'ex pensione sociale. Nuovi importi anche rispetto ai redditi mini e alla pensione minima mensile. Vediamo cosa cambia.

Dal 1° gennaio, sono previsti nuovi importi e requisiti anagrafici per la richiesta di assegno sociale 2018. Gli aventi diritto potranno ricevere 453 euro per 13 mensilità, in caso di accoglimento della domanda di assegno, ma solo al compimento di 66 e 7 mesi.

L’assegno sociale è una prestazione assistenziale anche conosciuta con il nome di pensione sociale, per chi presenta un diritto alla pensione per requisiti anagrafici, ma senza aver versato la necessaria contribuzione per la pensione di vecchiaia. E’ possibile richiedere questa tipologia di prestazione, laddove vengono rispettati anche dei requisiti reddituali.

La pensione sociale, può essere riconosciuta solo per redditi molto bassi e con una età anagrafica aggiornata dal 2018. Sulla base delle ultime riforme pensioni, infatti, non sarà più possibile richiederlo al compimento dei 65 anni e 7 mesi. La suddetta soglia anagrafica, è aumentata a 66 anni e sette mesi per le nuove aspettative di vita Istat e dal 2019 subirà anche un ulteriore scatto a 67 anni.

Assegno sociale 2018, età a 66 anni e 7 mesi e nuovi importi

Per richiedere l’assegno sociale 2018 è richiesto:

  • 66 anni e 7 mesi di età;
  • reddito basso (stato di bisogno economico);
  • cittadinanza italiana;
  • residenza effettiva, stabile e continuativa per almeno 10 anni in Italia.

Pensione sociale requisiti di reddito per il 2018

Per il 2018, sono ammessi alla pensione sociale i pensionati con reddito non superiore ai 5.889 euro all’anno se non coniugati e con un reddito non superiore ai 11.788 euro se coniugati.

Tale reddito, potrebbe essere soggetto a controlli da parte dell’Inps per la verifica del diritto all’assegno sociale, che decade in caso di aumento o superamento delle soglie appena elencate. Rispetto agli importi erogati nel 2018, invece, si tratta di poter ricevere 453 euro per 13 mensilità.

Come presentare domanda di pensione sociale

La domanda di assegno sociale prevede nel 2018 dei diversi requisiti anagrafici (compimento di 66 anni e sette mesi) e di reddito. Confermate, invece, le modalità di presentazione mediante:

  • il tradizionale canale telematico con Pin personale INPS tramite il sito dell’Istituto;
  • tramite patronato;
  • tramite contact center INPS numero verde.

Alla domanda di pensione minima, dovranno essere allegati anche i documenti per attestare la situazione di disagio e la richiesta di assegno sociale. Per i dati personali, utili soprattutto per la verifica del nuovo requisito anagrafico, è possibile presentare anche una autocertificazione.

Da allegare, anche una dichiarazione sulla situazione reddituale per la verifica del secondo requisito per l’accesso alla prestazione. I redditi assoggettabili all’Irpef, i redditi di terreni e fabbricati, le pensioni di guerra e le pensioni agli invalidi civili, ad esempio, rientrano in redditi ulteriori da considerare per il calcolo della soglia Irpef annuale. I redditi sulla casa di abitazione ed i trattamenti di fine rapporto, invece, non sono aggiunti nel suddetto calcolo.

Le pensioni nel 2018 saliranno dell’1,2%, per recuperare l’inflazione misurata dall’ISTAT: dopo due anni in cui l’indice dei prezzi è rimasto piatto, l’indicizzazione torna a far salire gli assegni previdenziali. Il meccanismo di rivalutazione è previsto dalla legge 147/2013 (comma 483), in vigore fino a fine 2018, in base al quale recuperano l’inflazione in misura piena solo le pensioni fino a tre volte il minimo. La finanziaria 2014 (legge 147/2013) aveva stabilito le regole della rivalutazione parziale per il triennio al 2016, prorogate al 2018 con la legge 208/2015.

=> Rivalutazione pensioni, niente rimborso integrale

Per l’ufficialità sugli incrementi 2018 bisogna attendere un apposito decreto ministeriale, nel frattempo vediamo come si calcola l’aumento per i diversi trattamenti previdenziali.

  • Pensioni fra tre e quattro volte il minimo:
    si rivalutano al 95%, aumento dell’1,14%
  • Pensioni fra quattro e cinque volte il minimo:
    adeguamento al 75%, rivalutazione dello 0,9%
  • Pensioni fra cinque e sei volte il minimo:
    indicizzazione al 50%, aumento dello 0,6%
  • Pensioni  sopra sei volte il minimo:
    indicizzazione al 45%, aumento dello 0,54%

Attenzione: sulle pensioni 2018 bisognerà calcolare il conguaglio della maggior rivalutazione 2015, anno in cui gli assegni sono stati superiori dello 0,1% rispetto all’inflazione (l’indice provvisorio 2014 era pari allo 0,3%, l’inflazione effettiva è stata poi allo 0,2%, il recupero non è stato ancora effettuato perché negli anni successivi l’inflazione era pari a zero, e di conseguenza l’indicizzazione avrebbe comportato un abbassamento degli assegni previdenziali che è stato evitato).

Dal 2019, ricordiamo, torna il vecchio meccanismo di indicizzazione previsto dalla legge 388/200:

  • rivalutazione è al 100% fino a tre volte il minimo,
  • al 90% fra tre e cinque volte il minimo,
  • al 75% per i trattamenti più alti.

Per il resto,ricordiamo che dal 2018 si rivaluta interamente anche il trattamento minimo che passa a 507,92 euro al mese (dagli attuali 501,89), così come la pensione sociale che arriva a 373,69 euro al mese ed il trattamento assistenziale per gli ultra65enni privi di reddito, che sale a 453,45 euro.

Pensioni, perché è quasi impossibile abolire la legge Fornero

Alla prova dei fatti l'azzeramento della riforma potrebbe rivelarsi un compito molto più arduo di quel che appare: solo nel 2019 servirebbero circa 40 miliardi di euro

Cancellare la legge Fornero: sì, ma come? Alla prova dei fatti abolire l’odiata legge che fissa a 67 anni la soglia per andare in pensione potrebbe rivelarsi un compito ben più arduo di quel che appare, almeno stando agli annunci di Lega e M5s. Il motivo risiede banalmente nel costo monstre per le casse dello Stato che viene valutato in circa 140 miliardi di euro.

Secondo i calcoli della Ragioneria generale dello Stato, i conti salgono se si considerano i risparmi cumulati fino al 2060: cancellare la legge Fornero significa rinunciare a 350 miliardi di euro. Ma non è tutto. Sì perché il Sole 24 Ore stima in 100 miliardi di euro la cifra da reperire nella prossima legislatura per azzerare la riforma, ben 20 miliardi l’anno. Inoltre il nuovo governo in carica si troverà giocoforza a dover affrontare altre spese (si parla di una ventina di miliardi) tra i costi per neutralizzare l’aumento dell'Iva e delle accise e la manovra correttiva di maggio. Risultato? Solo nel 2019 servirebbero 40 miliardi di euro. 

E c’è anche un’altra variabile da tenere in conto, come spiega Dino Pesole nel suo articolo sul 'Sole': a questa cifra, andrebbe infatti "aggiunta la quasi certa, maggiore spesa per interessi generata dal ritorno del rischio Italia sui mercati, effetto pressoché certo della decisione di smontare uno dei pilastri su cui si basa la sostenibilità dei nostri conti pubblici". Insomma, smantellare la Fornero vorrebbe dire anche esporsi a possibili effetti speculativi sui mercati internazionali.