Almaviva, trasferimento a Rende per 43 neo mamme della sede di Roma

ALMAVIVA

La Cgil denuncia il comportamento

[Comunicato stampa Giunta regionale Lazio]
ALMAVIVA: VALENTE, PIANO RICOLLOCAZIONE SIA GARANTITO ANCHE A MAMME ROMANE TRASFERITE IN CALABRIA

giovedì 26 ottobre 2017

“La Regione Lazio è vicina alle mamme lavoratrici di Almaviva che da Roma sono state trasferite a Rende, in Calabria. Sono 43 dipendenti che non erano state licenziate a dicembre scorso insieme ai loro colleghi proprio perché in maternità. E’ chiaro, ora, che saranno costrette a dimettersi per l’impossibilità di conciliare le esigenze familiari con il lavoro. Come Assessorato al lavoro riteniamo necessario tutelare queste lavoratrici; per questo abbiamo aperto un’interlocuzione con il Ministero del Lavoro e l’Anpal per chiedere che anche alle mamme sia garantito lo stesso percorso di politiche attive a cui stanno partecipando le colleghe e i colleghi licenziati lo scorso anno”.

Così in una nota Lucia Valente, assessore regionale al Lavoro, Pari opportunità e Personale.

26 Ottobre 2017  Oggi pomeriggio al Ministero dello Sviluppo economico sono stati convocati i vertici di Enel e Almaviva per risolvere i problemi dei lavoratori dei call center.

I sindacati, non sono stati convocati.

"Una cosa che non mi aspettavo - sostiene Fabrizio Solari, segretario generale Sec Cgil che non sopporta i tweet -  da parte di un ministro. Temi così importanti non possono essere affrontati con un tweet o solleciatati da un corsivo sulla stampa".
Dei 1666 lavoratori romani licenziati da Almaviva a Roma ne è rimasto un gruppetto sparuto. Tutte donne, 46 per essere esatti. Tutte ancora in azienda perché a dicembre dello scorso anno, quando Almaviva annunciò i licenziamenti poi attuati, erano tutte incinta e la legge non ne permetteva il licenziamento né tantomeno il trasferimento.

Ma per loro, una volta finite le tutele della maternità, arriverà la lettera di trasferimento. Un ricatto. Questa è la parola che viene ripetuta dai rappresentanti sindacali e dalle neomamme, alcune presenti alla conferenza stampa indetta dalla Cgil. Ma sono trasferimenti?. "Sono licenziamenti mascherati" sostiene Fabrizio Solari.

Qualcuna ha deciso di dimettersi in modo “volontario” per avere la copertura della Naspi. Ma c'è chi resiste, come Lucilla Speranza, che la racconta così: “Io sto tenendo duro. Per adesso c'è il divieto di licenziamento fino al compimento del primo anno di vita del bambino, che avverrà ad aprile dell'anno prossimo. Dopodiché anch'io riceverò, com'è stato già per altre colleghe, la lettera di trasferimento a circa 700 chilometri di distanza da casa. Per noi – racconta la donna – questi trasferimenti sono assurdi, così come sono assurdi ovviamente i trasferimenti della sede di Milano. Queste sono le tutele destinate alle donne in Italia? Tra l'altro non possiamo neanche aderire al progetto di ricollocazione dell’Anpal”.

Il trasferimento nella nuova sede “è soluzione fondata sull'esigenza di salvaguardare la posizione di lavoro, attraverso una collocazione alternativa, dopo la chiusura del sito produttivo”, insiste l'azienda in una nota, evidenziando che “nei pochi casi sfociati in contenzioso, la giurisprudenza ha riconosciuto la regolarità della condotta aziendale”. Ma il sindacato non è d'accordo. "Si tratta di una delle più profonde ingiustizie della storia del lavoro di questo paese”, commenta il segretario generale della Cgil Roma e Lazio, Michele Azzola: “Un paese che condanna 43 neo-mamme a licenziarsi perché hanno fatto un figlio o ad andare a Rende, in provincia di Cosenza, per continuare a lavorare e guadagnare 800 euro al mese rappresenta una delle peggiori pagine della storia di questo paese. Se non siamo in grado di indignarci rispetto a quello che sta succedendo con una azienda che sfrutta i soldi pubblici e tratta così i lavoratori, credo che questo paese abbia poche prospettive”. Quanto al progetto di ricollocamento per i 1.666 licenziati, “finora è una scatola vuota”, osserva il sindacalista.



56 lavoratori a Milano, un po' anziani per il call center (alcuni costretti a stare in ferie) ma giovani per la pensione. Una commessa che l'Eni non ha rinnovato ad Almaviva che intanto apre in Romania.

"Certo che andremo dal giudice - conferma Solari - come abbiamo fatto con i licenziati a dicembre. Il trasferimento è illegittimo. È possibile se esistono esigenze tecniche e organizzative dell'azienda, che in questo caso non ci sono".  E nell'aria echeggiano alcune richieste aziendali, tra cui l'articolo 4 o meglio la possibilità di tracciare le telefonate del dipendente e il "possesso" da parte dell'azienda di ferie, permessi e quant'altro. La parola schiavitù riecheggia più volte in sala.

L'azienda non ha esistato a rispondere alle accuse. Il trasferimento in una nuova sede delle lavoratrici madri impiegate in precedenza presso Almaviva Contact Roma "è soluzione fondata sull'esigenza di salvaguardare la posizione di lavoro, attraverso una collocazione alternativa, dopo la chiusura del sito produttivo". E' quanto riferisce l'azienda in una nota che evidenzia: "Nei pochi casi sfociati in contenzioso, la giurisprudenza ha riconosciuto la regolarità della condotta aziendale. Si prende atto di come gli stessi settori della Cgil che hanno assecondato il progressivo disfacimento del settore italiano dei call center con dosi costanti di populismo sindacale, mettano oggi in campo un'operazione di desolante speculazione su una vicenda trasparente".

  • Creato il .
  • Visite: 1815