Almaviva Roma, la vertenza non è chiusa

Almaviva, la vertenza non è chiusa

28 febbraio 2017

Manifestazione davanti al ministero dello Sviluppo economico, indetta dalla Slc Cgil di Roma e Lazio, per chiedere risposte “sui lati oscuri di questa vicenda e ricordare che ci sono 1.666 persone che hanno il diritto di riavere il proprio futuro"

"Almaviva è una vertenza per noi tutt'altro che chiusa”. Così la Slc Cgil di Roma e Lazio, annunciando per oggi (martedì 28 febbraio) nella Capitale una manifestazione davanti al ministero dello Sviluppo economico (alle ore 10), per chiedere risposte “sui lati oscuri di questa vicenda e ricordare che ci sono 1.666 persone che hanno il diritto di riavere il proprio futuro”. La Slc romana punta l’indice sulle istituzioni, che nulla dicono “sull'ingresso della Cassa depositi e prestiti in Almaviva do Brasil”, e sul governo, che “assiste inerme all'ulteriore ricatto ai danni dei lavoratori di Napoli e del sindacato locale, costretti a un accordo iniquo per mantenere il posto di lavoro. Se questo è il modo di ‘stare vicino agli ultimi’ c'è poco da rimanere tranquilli”.

Le ultime vicende di Almaviva sono particolarmente tormentate. Il 21 marzo 2016 Almaviva avvia le procedure di riduzione del personale a Roma (920 persone) Napoli (400) e Palermo (fino a 1.670), ma il 30 maggio seguente viene raggiunto un accordo che scongiura i circa 3 mila licenziamenti, fondato sulla sottoscrizione di un contratto di solidarietà difensiva di sei mesi. A ottobre parte una seconda e simile procedura per Almaviva Contact, che prevede di chiudere i siti di Roma e di Napoli e di ridurre il personale (1.666 unità a Roma, 845 a Napoli), mentre il 21 dicembre viene raggiunto un nuovo accordo (che per ora blocca gli esuberi) per prolungare fino al 31 marzo 2017 i tempi per trovare un'intesa su produttività e riduzione dei costi. Un accordo che viene sottoscritto solo dalle Rsu di Napoli, mentre a Roma la sede viene chiusa.

Un “accordo capestro”, così la Slc di Roma e Lazio definisce l’intesa per gli 818 addetti del call center di Napoli (poi approvata con un referendum dai lavoratori con 550 sì e 140 no). Siglata in deroga al contratto nazionale e della durata di tre anni, prevede tagli agli stipendi fra il 10 e il 12 per cento, interventi sul Tfr, nuove iniezioni di flessibilità (i cassaintegrati potranno essere convocati al lavoro con un preavviso di appena 48 ore) e monitoraggi della produttività individuale (realizzati assieme alle strutture sindacali). “Questo è ciò che succede – riprende il comunicato della Slc Roma e Lazio - quando l'arbitro smette di esercitare la propria funzione e lascia che la parte più forte, l’azienda, abbia il sopravvento su quella più debole, i lavoratori”.

Al governo, dunque, il sindacato chiede di intervenire “davvero” a tutelare il settore. “Le autoregolamentazioni sulle delocalizzazioni, quando ormai il lavoro è uscito dall'Italia, sono gli ennesimi palliativi a uso e consumo della stampa”. Per la Slc di Roma e Lazio “la vertenza va riaperta e i licenziamenti ritirati per poter ristabilire l'equilibrio fra le sedi senza l'imposizione di accordi iniqui per i lavoratori e dannosi per tutto il settore. Ora sta al governo scegliere quale ruolo giocare”.

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