Cassazione: sentenza sui benefici di polizza

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23.04.2017 - Vi proponiamo una sentenza della Cassazione sui benefici di polizza, ovvero gli interessi maturati quando il datore di lavoro stipula un assicurazione per il tfr dei dipendenti.

Nel caso in esame la Cassazione dà torto al dipendente in quanto le polizze erano state stipulate soltanto a garanzia del trattamento del tfr e quindi il contratto escludeva l’erogazione degli interessi maturati.

Discorso diverso riguarda gli operatori della formazione.

A tale proposito ricordiamo quanto ha precisato la V commissione lavoro dell’ARS: "I benefici di polizza prodotti per l'effetto dell'accantonamento del Tfr sono attribuiti agli operatori della formazione professionale indipendentemente dalla data di assunzione; gli enti sono pertanto tenuti ad uniformarsi alla presente disposizione individuando unici beneficiari delle polizze gli operatori”.

La commissione poi precisa che “in base alla legislazione vigente nel settore della formazione professionale in Sicilia non sussiste alcun elemento normativo o contrattuale sulla base del quale l'ente possa trattenere rendimenti o interessi derivanti dalle somme accantonante su polizze assicurative destinate al Tfr dei lavoratori”.

Ma è anche importante ribadire quanto è stato sancito dalla Corte di Cassazione nella sentenza che alleghiamo:

Precisa la Suprema Corte: "La giurisprudenza di questa Corte ha ritenuto in generale che in materia di indennità di fine rapporto, la normativa di cui alla L. n. 297 del 1982 non preclude che, in generale, possano essere corrisposte, alla cessazione del rapporto, erogazioni integrative aventi natura e funzioni diverse dal trattamento di fine rapporto, purché esse siano ricollegate al contratto di lavoro, nel quale devono trovare una giustificazione causale idonea ad escludere - o una disposizione derogatoria alla disciplina legale (sulla possibilità astratta di accendere polizze come beneficio accessorio del rapporto di lavoro, Cass. 10960/13, 3188/12, 7035/10).

Peraltro, in controversie analoghe a quella ora in esame, questa Corte ha escluso, anche a sezioni unite, che siano da corrispondere ai lavoratori le maggiori somme maturate per l'effetto di una polizza assicurativa stipulata dal datore di lavoro, allorché, in ragione della struttura della provvista e della modalità di erogazione degli importi, risulti che essa sia stata costituita a beneficio della gestione e delle finalità proprie del datore di lavoro, al fine di assicurare la corresponsione dell'indennità di fine rapporto ai dipendenti, e non preveda in favore di questi ultimi utilità economiche ulteriori rispetto alle somme a garanzia del trattamento di fine rapporto. (Sentenza n.10117/15).


SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza 4/8/10, la corte d'appello di Roma, confermando la sentenza del 6/2/07 del tribunale di Velletri, ha rigettato la domanda del Martinelli, dipendente dell'ENEA, volta alla corresponsione delle prestazioni (e dei rendimenti del relativo capitale versato) dovute dall'assicurazione per una polizza INA stipulata dal datore per il tfr dei dipendenti.

La corte territoriale, in particolare, ha ritenuto che la polizza facesse riferimento solo al TFR e non a prestazioni diverse, essendo l'onere della polizza solo a carico del datore e non essendovi rapporto diretto tra i lavoratori e l'INA e non potendo pertanto questi considerarsi beneficiari della polizza.

La Corte ha conseguentemente escluso che le prestazioni dovute dall'assicurazione per la polizza in oggetto, ed in particolare i rendimenti del relativo capitale versato, competano ai lavoratori (quali terzi beneficiari della stipulazione), spettando essi al solo datore stipulante.

Ricorre avverso tale sentenza il lavoratore per tre motivi; resiste l'ENEA con controricorso.

Con il primo motivo si deduce, ai sensi dell'art. 360 n. 3 c.p.c., violazione degli artt. 1362 c.p., 1325, 1411, 1882 c.c. e 4 r.d.l. 5/42, per aver ritenuto l'assicurazione un contratto di rischio e non di capitalizzazione, i cui beneficiari (secondo l'interpretazione letterale univoca della polizza assicurativa che li qualificava espressamente tali) dovevano considerarsi invece (sia per il capitale assicurato che per il rendimento finanziario) i lavoratori, a favore dei quali la polizza era stata stipulata, con conseguente maturazione dei relativi diritti quesiti, a prescindere dal tfr.

Con il secondo motivo si deduce, ai sensi dell'art. 360 n. 3 c.p.c., violazione degli artt. 421 co. 2 e 437 c.p.c., per aver omesso di esercitare i poteri istruttori officiosi necessari per accertare che effettivi beneficiari della polizza erano i lavoratori, acquisendo i certificati di polizza individuale. Con il terzo motivo si deduce vizi di motivazione in ragione di quanto dedotto al primo motivo.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è infondato.

La giurisprudenza di questa Corte ha ritenuto in generale che in materia di indennità di fine rapporto, la normativa di cui alla L. n. 297 del 1982 non preclude che, in generale, possano essere corrisposte, alla cessazione del rapporto, erogazioni integrative aventi natura e funzioni diverse dal trattamento di fine rapporto, purché esse siano ricollegate al contratto di lavoro, nel quale devono trovare una giustificazione causale idonea ad escludere - o una disposizione derogatoria alla disciplina legale (sulla possibilità astratta di accendere polizze come beneficio accessorio del rapporto di lavoro, Cass. 10960/13, 3188/12, 7035/10).

Peraltro, in controversie analoghe a quella ora in esame, questa Corte ha escluso, anche a sezioni unite, che siano da corrispondere ai lavoratori le maggiori somme maturate per l'effetto di una polizza assicurativa stipulata dal datore di lavoro, allorché, in ragione della struttura della provvista e della modalità di erogazione degli importi, risulti che essa sia stata costituita a beneficio della gestione e delle finalità proprie del datore di lavoro, al fine di assicurare la corresponsione dell'indennità di fine rapporto ai dipendenti, e non preveda in favore di questi ultimi utilità economiche ulteriori rispetto alle somme a garanzia del trattamento di fine rapporto (Sezioni Unite, 21553/09; SU 6599/11; Sez. 6L, 1833/2014; sez. 6L 2039/12; sez. L, 4969/12; SeaL , sulla necessità di specifica pattuizione volta ad assicurare maggior 21&519 2C6/4 favore al lavoratore ovvero rinuncia datoriale espressa al cLi 202_ i rendimento dei premi in favore dei dipendenti, Cass. 3088/02 e 11718/91 per il primo profilo, 8175/04 per il secondo profilo).

Né, infine, può configurarsi una violazione dell'art. 1411 c.c. così come ipotizza parte ricorrente, atteso che, una volta escluso che i benefici ulteriori siano effettivamente previsti nella convenzione assicurativa, non si verifica alcuna alterazione causale del contratto a favore di terzi, che mantiene la sua funzione di arrecare ai terzi tutti i vantaggi previsti dalle parti, consistenti in via esclusiva nella garanzia del trattamento di fine rapporto.

Il ricorso deve essere pertanto rigettato. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo. rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite, che si liquidano in € duemila 'nquecento per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 3 marzo 2015.

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