Cassazione: se un contratto di appalto viene riqualificato come somministrazione irregolare di manodopera, ne risponde il committente



SCARICA la sentenza n. 17969 del 13 settembre 2016


15-09-2016  La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17969 del 13 settembre 2016, ha affermato che se un contratto di appalto viene riqualificato come somministrazione irregolare di manodopera, tutti gli atti di gestione compiuti dall’appaltatore illecito, per la costituzione e la gestione del rapporto, devono intendersi riferiti al soggetto che in concreto ha utilizzato la prestazione lavorativa; pertanto, in caso di licenziamento intimato dall’appaltatore, l’impugnazione stragiudiziale dell’atto di recesso deve essere proposta (a pena di decadenza) nei confronti del committente che agisce di fatto come datore di lavoro, e non verso il somministratore.

Nel caso di specie, la controversia sottoposta al vaglio dei giudici di legittimità era stata proposta da un lavoratore a cui era stato intimato un licenziamento che lo stesso aveva impugnato in via stragiudiziale solo nei confronti del soggetto che formalmente agiva come datore di lavoro, senza coinvolgere il committente.

Era stata accertata la natura irregolare dell’appalto, con conseguente costituzione di un rapporto di lavoro a carico del committente, ma era stata respinta la richiesta, formulata dallo stesso lavoratore, di condannare il committente alla reintegra nel posto di lavoro.

I giudici di legittimità, confermando la decisione di merito, hanno osservato che il soggetto che utilizza le prestazioni di un dipendente somministrato (sia in maniera regolare, tramite un’agenzia per il lavoro autorizzata dal Ministero, sia in maniera irregolare, tramite un appalto illecito) subentra attivamente e passivamente in tutti gli atti di gestione compiuti dal somministratore.

Con riferimento al licenziamento, questo principio ha come diretta conseguenza che il lavoratore ha l’onere di impugnare in via stragiudiziale nei confronti dell’utilizzatore effettivo della prestazione lavorativa il recesso intimato dall’appaltatore entro i normali termini di legge (60 giorni dalla comunicazione del recesso).

Se questa impugnazione viene meno, il lavoratore decade dal diritto ad agire verso il soggetto che agisce formalmente come committente ma, dopo l’azione giudiziale, viene riconosciuto come datore di lavoro reale.

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