Pensioni, le notizie del 26.11.2018

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AGI

Pensioni, Salvini: la riforma della legge Fornero parte a febbraio

La riforma della legge Fornero inizierà da febbraio. Lo afferma il vicepremier leghista Matteo Salvini: "Per quanto riguarda la Fornero ribadisco che a febbraio si parte", dato che "credo che la manovra venga approvata entro Natale e quindi con un mese di tempi tecnici, a febbraio si parte", ha detto il ministro dell'Interno a margine dell'evento organizzato a Roma da Poste italiane per i sindaci.

"Penso che in 5 mesi abbiamo fatto più di quanto altri hanno fatto in 5 anni", ha aggiunto il ministro dell'Interno, "con Di Maio e Conte mi trovo assolutamente bene e voglio andare avanti con questo governo per 5 anni".

Orizzonte Scuola

Il Vicepremier e Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è intervenuto sulla fattibilità e sulla tempistica relativa alla misura volta a superare, in parte, la legge Fornero, ossia quota 100.

Nessun rinvio quota 100

Salvini, come riferisce l’Ansa, ha ribadito che non vi sarà alcun rinvio del provvedimento, per cui quota 100 sarà realizzata.

Si parte a febbraio

Il Vicepremier, riguardo alla tempistica, ha affermato che la misura sarà operativa a febbraio:

“No, no per quanto riguarda la Fornero ribadisco che a febbraio si parte, perché credo che la manovra venga approvata entro Natale e quindi con un mese di tempi tecnici a febbraio si parte”

Affari Italiani

Pensioni quota 100: penalizzazioni e paletti, l'analisi sulla riforma del pensionamento anticipato

di Igor Righetti

Da mesi ormai giornali e media dedicano una particolare attenzione a quello che dovrebbe essere il provvedimento sul pensionamento anticipato a quota 100 spesso ipotizzando fantasiosamente quali saranno i tagli e le penalizzazioni che il Governo Conte-Di Maio-Salvini disporrà per tutti questi collocamenti in pensione.

Trattandosi di decisioni che coinvolgono direttamente un numero elevatissimo di persone (si parla anche di quasi un milione di lavoratori, tra pubblici e privati, per il solo 2019) giornali e media fanno a gara nello “sparare” quasi quotidianamente novità e soluzioni che spesso contraddicono quelle da loro stessi indicate appena 24 ore prima.

E’ dunque necessario fare, per quanto possibile, un po’ di chiarezza su le tante ipotesi che da tempo ormai si vanno rincorrendo e che stanno creando sconforto e insicurezza nei diretti interessati. A quanto risulta il provvedimento su quota 100 dovrebbe essere contenuto non in un decreto legge ma in un apposito disegno di legge collegato alla Legge di Bilancio, sempre che il Governo non debba ricorrere in extremis ad un qualche maxiemendamento da introdurre, su richiesta dei Commissari Europei, nel testo della Finanziaria che Camera e Senato dovranno discutere ed approvare entro la fine dell’anno.

Incertezza e confusione derivano anche dalla “guerra” che da tempo ormai contraddistingue i rapporti tra il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, e alcuni membri del Governo.

Boeri è stato più volte invitato a dimettersi ed è stato accusato di comportarsi come un politico e non, come invece dovrebbe essere, come un tecnico. È indubbio che le c.d. “sparate” del Presidente dell’Inps derivano anche dal suo carattere e dalla sua “non condivisione” delle scelte che il Governo via via assume in materia di previdenza e di assistenza sociale.

Va però sottolineato che le idee di Boeri in questo momento non possono non essere “anche politiche”. A parte l’Inail infatti, l’Inps è rimasto l’unico istituto previdenziale pubblico competente per la generalità dei lavoratori e delle imprese – e uno dei più grandi ed importanti enti previdenziali europei e mondiali – e ormai da anni non ha più né un Consiglio di Amministrazione, né un Comitato Esecutivo. È amministrato da una sola persona, il Presidente, che, non potendo contare all’interno dell’Istituto su persone che rappresentano direttamente gli interessi del mondo sociale e di quello imprenditoriale e che siano forniti di poteri effettivi e decisionali, è quasi necessariamente chiamato a scontrarsi o almeno a confrontarsi in prima persona con tutti quei politici che, per l’incarico ricoperto, assumono via via importanti decisioni in materia pensionistica e previdenziale.

Ecco perché la riforma dell’Inps non può più essere rinviata. Il mandato di Boeri scade nei primi mesi del 2019 e poiché alle sue dimissioni volontarie non ci crede più nessuno, Governo e Parlamento devono riformare entro 2/3 mesi le strutture di vertice dell’Istituto reintroducendo un Consiglio di Amministrazione e un Comitato Esecutivo i cui componenti siano almeno in parte espressione diretta delle forze sociali. Aggiungo, per diretta esperienza, che da quando il Presidente (e quindi sia Boeri sia chi l’ha preceduto) è rimasto l’unico organo deliberante e decidente dell’Istituto, i suoi provvedimenti si sono spesso scontrati con le decisioni che il Ministero dell’Economia e il Ministero del Lavoro – che per legge controllano l’Inps – avrebbero preferito che venissero adottate.

Questo conflitto è diventato più frequente e a volte sistematico proprio da quando i due Ministeri non sono più rappresentati direttamente all’interno dell’Istituto da propri dirigenti che facciano parte del Consiglio d’Amministrazione e/o del C.E., come in precedenza avveniva. Ormai questo controllo è esercitato, spesso in modo solo formale e negativo, dal Collegio Sindacale dell’Istituto che è composto solo da dirigenti dei due Ministeri e che non ha di fatto un proprio effettivo potere. Di qui continui “bracci di ferro” tra il Presidente e i due Ministeri che non fanno che allungare all’infinito l’iter decisionale e attuativo di provvedimenti che interessano milioni di persone e che dovrebbero invece entrare rapidamente in vigore. E questo è anche un punto fondamentale su cui necessariamente riflettere quando si porrà mano alla riforma generale dell’Ente.

In questa occasione dovrà essere affrontato anche il problema del personale, suddiviso attualmente in 278 uffici territoriali, sempre più ridotto, con un’età media ormai molto elevata e chiamato a svolgere compiti sempre più nuovi e complessi, come quelli, si ipotizza, collegati alla concessione del reddito di cittadinanza.

Settori fondamentali della società come sono lavoro, previdenza e assistenza richiedono – nell’interesse di tutti, cittadini lavoratori pensionati imprese – decisioni rapide e “condivise” cui partecipino, nel rispetto dei propri ruoli, sia i tecnici che i politici. Da troppo tempo invece si assiste a dichiarazioni e a decisioni troppo spesso improvvisate e/o superficiali o comunque non sufficientemente approfondite e tali da dover essere rapidamente smentite o ritirate. Dichiarazioni e decisioni che sembrano assunte quasi esclusivamente a fini elettorali e di popolarità. Parlo sia di chi governa sia di chi sta all’opposizione. E tutto questo non fa che generare dubbi ed incertezze, sia in chi vorrebbe e potrebbe andare in pensione sia in chi, potendo, vorrebbe anche assumere nuovo personale.

Ma torniamo alle pensioni a quota 100 e sui possibili contenuti del provvedimento di legge che il Governo dovrebbe varare.

Si è già detto che i potenziali interessati a questi pensionamenti anticipati potrebbero essere, tra lavoratori privati e dipendenti pubblici, quasi un milione nel solo 2019. Di qui la necessità di introdurre specifici paletti tali da ridurre e di molto il loro numero. Questo sia per non dover affrontare una spesa difficilmente sostenibile per il Bilancio dello Stato sia per evitare un possibile blocco dell’attività in settori fondamentali come sanità, giustizia, istruzione, forze armate, previdenza. Questi paletti dovrebbero riguardare tra l’altro il requisito dei 38 anni di contributi limitando, ad esempio, gli anni di contribuzione figurativa utilizzabili e la necessità di introdurre finestre di uscita e di prevedere che il lavoratore che vuole andare in pensione comunichi la propria intenzione, almeno se dipendente pubblico, con alcuni mesi di preavviso.

Un altro paletto potrebbe essere quello di fissare un limite massimo, semestrale o annuale, dei pensionamenti, sia per contenere gli oneri a carico dello Stato sia per evitare esodi troppo massicci in particolare dagli Uffici pubblici. È da escludere invece l’introduzione di appositi tagli e penalizzazioni per le pensioni di Quota 100: i minori importi, infatti, derivano non da appositi tagli ma dal fatto che, andando in pensione qualche anno prima della maturazione della normale età previdenziale oggi prevista, l’interessato avrà una pensione ridotta rispetto a quella che gli sarebbe spettata in base alle norme vigenti perché, per via dell’anticipo, minori sono gli anni di contribuzione su cui calcolarla. Al contrario – secondo un’approfondita analisi svolta dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e coordinata da Alberto Brambilla – sarebbe addirittura da escludere che coloro che vorranno avvalersi di Quota 100 possano avere complessivamente, considerato il periodo di possibile fruizione della pensione anticipata, svantaggi economici. Ciò sia perché ciascun interessato riscuoterà con qualche anno di anticipo la pensione, e quindi per un arco di tempo teoricamente più lungo, sia perché, oltre a fruire volontariamente di riposo e tempo libero, non dovrà versare per tutto il periodo anticipato i contributi previdenziali a suo carico, sia perché avrà trattenute fiscali più contenute.

È assolutamente da escludere inoltre, a mio avviso, che i pensionamenti a quota 100 possano determinare automaticamente, come invece strombazzato da molti, altrettante assunzioni di giovani e di persone disoccupate e questo sia perché l’Italia e l’Europa stanno attraversando di fatto un periodo economico di stallo, se non di vera e propria recessione sia perché nemmeno nei periodi di espansione è mai successo che, a fronte di tot collocamenti a riposo, ci siano state nell’immediato altrettante nuove assunzioni.

Eppure c’è un metodo in grado di assicurare nuova occupazione, un metodo collaudato e sperimentato ormai da anni e che oltre tutto non comporta alcun onere a carico del Bilancio dello Stato: quello dei Fondi di solidarietà di settore, istituiti con ottimi risultati nei primi anni 2000 e recentemente ampliati ed estesi dal Jobs act.

Questi Fondi di solidarietà hanno assicurato con contributi a carico soltanto delle aziende e dei lavoratori interessati: a) collocamenti in pensione con un anticipo fino a 5 o 7 anni rispetto all’ordinaria età pensionabile; b) indennità per più anni simili a quelle di mobilità e di Cig; c) concreti interventi di politica attiva del lavoro e di riduzione del rischio licenziamento per effetto di specifici corsi di formazione e riqualificazione professionale; d) assunzioni, al posto dei lavoratori prepensionati, di giovani disoccupati o di persone rimaste senza lavoro.

Realtà queste effettive e che hanno caratterizzato per quasi 20 anni settori importanti come quelli del credito, delle assicurazioni, delle Poste, dei Monopoli e, da ultimo, del trasporto pubblico e di quello marittimo.

Si pensi che nel solo settore bancario questi Fondi hanno consentito il collocamento in pensione anticipata, su base esclusivamente volontaria, di quasi 60 mila persone e l’assunzione al loro posto di migliaia di giovani.

E questo – ripeto senza alcun onere per lo Stato – è potuto avvenire perché prepensionamenti, collocamenti in Cig e in mobilità e interventi di formazione professionale sono stati tutti disposti – d’intesa con i Ministeri competenti – sulla base di specifici accordi tra azienda da una parte e rappresentanti dei lavoratori dall’altra, accordi che hanno appunto previsto, tra l’altro, l’obbligo per le aziende di procedere all’assunzione di nuovo personale.

A mio avviso quello del ricorso ai Fondi di solidarietà, estesi con opportuni accorgimenti un po’ a tutti i settori produttivi, potrebbe essere una valida soluzione – da armonizzare e potenziare anche con le forme di Previdenza integrativa – per ridurre drasticamente nel tempo la spesa pensionistica e di garanzia del salario oggi a carico del Bilancio dello Stato, prevedendo nel contempo validi strumenti di politica attiva del lavoro come quelli della formazione professionale continua e dell’obbligo di procedere a nuove assunzioni contestualmente al collocamento in pensione del personale in servizio.

Per concludere: quale sarà l’entrata in vigore del provvedimento di legge “Pensioni a quota 100”? A parte il fatto che il testo definitivo non è stato ancora messo a punto del tutto, anche per l’estrema tecnicità del problema nel suo complesso – motivo questo che sembra escludere ancor di più la possibilità di ricorrere ad un decreto legge – è da ritenere che, al fine anche di ridurre come vuole l’Unione Europea l’impatto sul Bilancio 2019, applicabilità e prima decorrenza pensionistica difficilmente potranno essere comprese nell’arco temporale 1° gennaio/30 giugno 2019, soprattutto nel settore pubblico.

Un ulteriore accorgimento, anche questo facilmente applicabile e controllabile in chiave anche di lotta al lavoro nero, potrebbe essere quello di stabilire il divieto di cumulo tra pensionamento anticipato e reddito da lavoro, sia dipendente che autonomo, per tutto il periodo anticipato. Oltre a favorire possibili assunzioni, questo divieto di cumulo spingerebbe molti interessati, soprattutto quelli a più alta retribuzione e quindi a più elevata pensione, a rinunciare o a rinviare il proprio pensionamento anticipato, con rilevanti effetti riduttivi quindi degli oneri di Bilancio. Pensiamoci bene, in sede di limatura finale del provvedimento su quota 100. Siamo ancora in tempo.

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