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Corte di Cassazione: "Le caratteristiche del Mobbing"

Cassazione

 

La Corte di Cassazione ha precisato quali caratteristiche debba avere la condotta del datore di lavoro, affinchè la stessa possa considerarsi “mobbizzante”.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16335 del 03 luglio 2017, ha fornito alcune interessanti precisazioni in tema di “mobbing”.

Nel caso esaminato dalla Cassazione, la Corte d’appello di Firenze aveva confermato la sentenza con cui il Tribunale di Lucca aveva respinto la domanda svolta da un lavoratore, volta ad ottenere la condanna della Banca di cui era dipendente al risarcimento dei danni subiti per effetto di “mobbing” (vale a dire, comportamenti vessatori e persecutori posti in essere dal datore di lavoro nei confronti del lavoratore).

Ritenendo la decisione ingiusta, il lavoratore aveva deciso di rivolgersi alla Corte di Cassazione, nella speranza di ottenere l’annullamento della sentenza sfavorevole.

Secondo il ricorrente, in particolare, la Corte d’appello non avrebbe dato corretta applicazione all’art. 2087 c.c. e all’art. 41 della Costituzione, ritenendo erroneamente che, ai fini della condanna per “mobbing”, fosse necessario dimostrare l’intento persecutorio del datore di lavoro.

Secondo il ricorrente, inoltre, la Corte d’appello non avrebbe adeguatamente spiegato i motivi che l’avevano indotta a ritenere che le condotte poste in essere dal datore di lavoro non avessero intento persecutorio o discriminatorio.

La Corte di Cassazione, tuttavia, non riteneva di poter accogliere il ricorso proposto dal lavoratore, rigettandolo, in quanto infondato.

Osservava la Cassazione, infatti, che per “mobbing” deve intendersi quella condotta del datore di lavoro, posta in essere in modo sistematico nel luogo di lavoro, “che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità”.

Affinchè possa parlarsi di “mobbing”, dunque, secondo la Cassazione, occorre che:
- i comportamenti persecutori siano molteplici e siano posti in essere con intento vessatorio;
- il procurato danno alla salute o alla personalità del dipendente;
- il nesso di causalità tra la condotta del datore di lavoro e il pregiudizio subito dal lavoratore.
- la prova dell’intento persecutorio del datore di lavoro.

Ebbene, nel caso di specie, la Cassazione evidenziava che la Corte d’appello aveva del tutto correttamente escluso che le condotte poste in essere dal datore di lavoro (che aveva negato al dipendente di partecipare a dei corsi e non aveva messo a sua disposizione supporti informatici e adeguati ambienti di lavoro) fossero caratterizzate dagli estremi del “mobbing”, dal momento che non era stata provatauna esplicita volontà del datore di lavoro di emarginare il dipendente in vista di una sua espulsione dal contesto lavorativo o, comunque, di un intento persecutorio”.

Ciò considerato, la Corte di Cassazione rigettava il ricorso proposto dal lavoratore, confermando integralmente la sentenza emessa dalla Corte d’appello e condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali.

SENTENZA sul ricorso 3784-2014

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO Il Tribunale di Aosta, in parziale accoglimento delle domande proposte da OMISSIS nei confronti della OMISSIS, dichiarava che questa era responsabile della patologia che aveva dato luogo al superamento del periodo di comporto ed al successivo licenziamento della ricorrente e condannava la Banca alla reintegrazione della dipendente nel posto di lavoro e alla corresponsione delle retribuzioni dalla data del licenziamento sino alla reintegra; condannava altresì la Banca a risarcire alla ricorrente il danno biologico, determinato in C 10.000, e il danno derivante dal periodo di inabilità temporanea, pari ad C 5.000. A seguito di impugnazione della Banca, la Corte d'appello di Torino, con sentenza depositata il 6 agosto 2013, in riforma della pronuncia di primo grado, rigettava le domande della dipendente. Osservava che dalla istruttoria svolta, ed in particolare dalle deposizioni dei testi, non erano emersi elementi integranti la fattispecie del mobbing. Parimenti tali elementi non erano ravvisabili nello scambio di comunicazioni (mali) intervenute, nel periodo 19 giugno 2006 - 2 agosto 2006, tra la OMISSIS ed un responsabile di agenzia, trattandosi di comunicazioni che, pur contenendo espressioni "forti" e toni ironici e sarcastici, erano pur sempre inerenti a questioni di carattere lavorativo che mai erano trascese all'insulto, all'offesa e alla minaccia. Infine, non potevano considerarsi persecutori e vessatori il provvedimento con il quale era/state revocate alla OMISSIS le hto funzioni di responsabile dell'Ufficio fidi e quello con cui erano state attribuite alla medesima le funzioni di Responsabile rnonitoraggio clienti. Il primo era stato determinato dalla perdurante assenza della dipendente dal lavoro, che aveva lasciato scoperto l'Ufficio 2 fidi; il secondo non poteva comportare un demansionamento, atteso che la presenza della OMISSIS presso la sede dove la medesima era stata destinata si era protratta appena per quindici giorni. Peraltro la stessa dipendente aveva chiesto dapprima la riduzione dell'orario di lavoro e poi di essere collocata in aspettativa, istanze entrambe accolte dalla Banca. Era dunque da escludere ogni responsabilità aziendale nella determinazione delle patologie lamentate dalla dipendente, che avevano dato luogo al superamento del periodo di comporto. Per la cassazione di questa sentenza propone ricorso OMISSIS sulla base di tre motivi. Resiste la Banca con controricorso, Le parti hanno depositato memorie ex art, 378 cod. proc. civ.

MOTIVI DELLA DECISIONE 1. Con il primo motivo la ricorrente, denunciando la nullità della sentenza impugnata per violazione di plurime disposizioni di legge e per "inesistenza della motivazione sul punto", deduce che la Corte dì merito avrebbe dovuto dichiarare inammissibile il ricorso in appello per inosservanza della disposizione di cui all'art. 434 cod, proc. civ., che richiede, a pena di inammissibilità, l'indicazione delle parti della sentenza che si intende appellare e delle modifiche che vengono richieste nonché l'indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e la loro rilevanza ai fini della decisione impugnata. 2. Con il secondo motivo la ricorrente deduce che la sentenza è nulla per violazione e falsa applicazione degli artt. 2696 cod. civ., 116 e 252 cod. proc. civ., in relazione all'art. 360, primo comma, nn. 3, 4e. 5 cod. proc. civ. Rileva che, come era stato provato documentalmente, nell'imminenza dell'udienza per l'assunzione dei testi, un responsabile dell'ufficio legale della Banca aveva convocato tali testi per dare loro indicazioni sulle dichiarazioni da rendere. La Corte di merito, anziché escludere la loro attendibilità ha dato credito alle loro dichiarazioni, rendendo una motivazione "tanto asettica quanto apod ittica". 3 3. Con il terzo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 2087, 2048 e 2697 cod. civ. In relazione all'art. 360, primo comma, nn. 3, 4 e 5 cod. proc. civ., sostiene che la Corte di merito ha erroneamente escluso la sussistenza del mobbing. In particolare ha omesso di considerare le numerosissime denunce e/o istanze da lei inoltrate ai vertici aziendali sin dal mese successivo al suo insediamento presso l'Ufficio fidi, con le quali eraho state rappresentate le vessazioni nonché l'accanimento e l'isolamento attuato nei suoi confronti. Tale stato di cose configurava la fattispecie de/ mobbing orizzontale e/o verticale, rispettivamente posto in essere dai suoi superiori e colleghi di lavoro alla stregua dei principi affermati in materia dalla giurisprudenza di legittimità. Di tutto ciò la sentenza impugnata non ha tenuto conto, omettendo altresì di prendere in considerazione la consulenza tecnica d'ufficio, la quale aveva arricchita il quadro probatorio, confermando il nesso di causalità tra le vessazioni denunciate e il danno psico- fisico subito. 4. Il primo motivo non è fondato. La Corte di merito ha disatteso l'eccezione di inammissibilità del ricorso in appello, rilevando che questo era stato proposto in conformità al disposto del nuovo testo dell'art. 434 cod. proc. civ. In particolare, ha rilevato che la Banca, dopo aver riportato i fatti di causa, ha proposto specifici motivi di gravame, riportando sinteticamente "le parti del provvedimento che si intende appellare e delle modifiche richieste alla ricostruzione del fatto compiuto dal primo giudice", sviluppando ulteriormente tale sintetica esposizione con riferimento a ciascun profilo. La ricorrente ribadisce la tesi dell'inammissibilità del ricorso in appello, continuando ad affermare che esso era privo dei requisiti di cui all'art. 434 cod. proc. civ., ma, da un lato, tale assunto è stato motivatamente smentito dalla Corte territoriale, dall'altro la ricorrente, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, non trascrive, né tanto meno deposita, il ricorso in appello al fine di comprovare le ragioni a sostegno della censura. 4 5. Il secondo motivo - con il quale la ricorrente deduce la nullità della sentenza perché emessa sulla scorta di dichiarazioni rese da testi inattendibili, perché convocati, prima della loro deposizione, da un rappresentante della banca per un incontro "informativo" sulle testimonianze da rendere - è inammissibile, oltre che infondato. Inammissibile perché la ricorrente non deduce di aver sottoposto tale questione - non affrontata dalla Corte di merito - all'esame della stessa né tanto meno né precisa i termini (cfr., fra le altre, Cass. Sez. Un. n. 2399/14; Cass. n. 20518/08; Cass. n. 3664/06). Inoltre, non trascrive né, tanto meno produce, unitamente al ricorso (art. 369, primo comma, n. 4, cod. proc. civ.) la comunicazione di convocazione in questione. Infondato, in quanto la sentenza impugnata si basa non solo sulle deposizioni di detti testi, ma, oltre che sull'ampio materiale probatorio, anche sulle dichiarazioni di altri testi, più che qualificati, come il direttore generale dr. Quaglino, che, come riconosciuto dalla stessa ricorrente, "non era più dipendente della Banca al momento del processo e quindi "non convocabile". 6. Inammissibile, oltre che infondato, è infine il terzo motivo, con il quale, in relazione alla ritenuta insussistenza della fattispecie del mobbing, la ricorrente denuncia violazione di legge. Sotto quest'ultimo profilo, la ricorrente, nel prospettare violazione degli artt. 2087 e 2048 cod. civ. (quest'ultimo articolo erroneamente, attinendo alla responsabilità dei genitori, tutori, precettori e maestri d'arte), non precisa perché la Corte di merito è incorsa nella violazione di dette disposizioni. Al contrario, la sentenza impugnata, tenendo ben presenti i presupposti occorrenti per la configurazione del mobbing - che, com'è noto, è caratterizzato da una condotta del datore di lavoro, del superiore gerarchico o da colleghi di lavoro, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell'ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione e l'emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità - ha escluso, 5 dando ampiamente conto delle ragioni della decisione, la sussistenza di tali elementi. Inammissibile è il motivo nella parte in cui, pur denunciando violazione di legge, la ricorrente prospetta un vizio di motivazione, lamentando "una lettura parziale dei fatti e della documentazione" nonchè l'omessa valutazione delle "numerosissime denunce e/o istanze" presentate "ai vertici aziendali fin dal mese successivo al proprio insediamento presso l'ufficio fidi (inizi di giugno 2004)". Ed infatti, come affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte, con sentenza n. 8053/14, la riformulazione dell'art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall'art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, applicabile nella specie, essendo stata depositata la sentenza impugnata il 6 agosto 2013, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall'art. 12 delle preleggi, come riduzione al "minimo costituzionale" del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l'anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all'esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella "mancanza assoluta di motivi sotto l'aspetto materiale e grafico", nella "motivazione apparente", nel "contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili" e nella "motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile", esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di "sufficienza" della motivazione (conf. Cass. 8 ottobre 2014 n. 21257). Nella fattispecie in esame non si ravvisa siffatta anomalia, avendo la Corte di merito dato ampiamente conto delle ragioni della decisione, escludendo la sussistenza del mobbing nonché ogni responsabilità aziendale nella determinazione delle patologie lamentate dalla ricorrente. Deve aggiungersi che l'omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, censurabile ex art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in 6 • considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. Cass. Sez. Un. n. 8053/14 cit; Cass. 27 novembre 2014 n. 25216). 7. In conclusione il ricorso deve essere rigettato. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza. La ricorrente è tenuta al pagamento dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso (art. 13 D.P.R. n. 115 del 2002). La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in C 100,00 per esborsi ed C 4.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge. Ai sensi all'art. 13, comma 1-quater D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1- bis. Così deciso in Roma in data 9 giugno 2016.