Visite agli articoli
7420417

Abbiamo 485 visitatori e nessun utente online

Benvenuti nel sito di Linklav. Ultime notizie sul mondo del lavoro

Cassazione, il licenziamento per scarso rendimento

cass 

10.07.2018 - Secondo i giudici, per giustificare il licenziamento per scarso rendimento è necessario almeno un precedente richiamo, e quindi un procedimento disciplinare che abbia inflitto al dipendente una sanzione meno grave del licenziamento proprio a causa della sua lentezza sul lavoro.

Se ciò nonostante il lavoratore ha continuato a perseguire nella sua condotta illecita allora i rischi si fanno più concreti.

Il secondo ostacolo però da superare per poter licenziare un dipendente lento (oltre a quello appena visto del richiamo) è determinate la misura del ritardo, quella cioè non passibile di giustificazioni. A riguardo si può fare una distinzione a seconda delle cause che hanno determinato la lentezza sul lavoro:

  • condizioni di salute
  • colpa.        

Nel corso del rapporto di lavoro, le condizioni di salute del dipendente possono mutare o, se già precarie, peggiorare.

La lentezza allora potrebbe dipendere da una malattia o da una particolare condizione (momentanea o definitiva) del lavoratore.

L’interessato ha comunque l’obbligo di comunicare la propria patologia al datore di lavoro il quale, a sua volta, non può costringerlo a mansioni incompatibili con il suo stato.

Se non si tratta di una causa che può essere rimossa nel giro di pochi giorni o settimane, l’azienda non è tenuta a tollerare un dipendente che – anche se per cause a lui non imputabili – è sostanzialmente divenuto inabile alla mansione.

La legge stabilisce che l’inabilità al lavoro per sopravvenuta infermità impone al datore di verificare se sussistono altre mansioni liberi, compatibili con le sue capacità a cui può essere adibito; in caso negativo, si può procedere al licenziamento.

In ogni caso è illegittimo il licenziamento per scarso rendimento del lavoratore disabile, quello cioè appartenente alle cosiddette categorie protette.


ORDINANZA sul ricorso 16446-2016 proposto dal: lavoratorexxx, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G. ZANARDELLI 36, presso lo studio dell'avvocato GIUSEPPE GIULIO ROMEO, rappresentato e difeso dall'avvocato FRANCESCO FIRRIOLO, giusta delega in atti; - ricorrenti - contro Datore di lavoroyyy., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALELIEGI 35/B, presso lo studio dell'avvocato GABRIELE DI PAOLO, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato CARLO PAOLESSI, giusta delega in atti; - controricorrenti - avverso la sentenza n. 108/2016 della CORTE D'APPELLO di GENOVA, depositata il 15/03/2016, R. G. N. 496/2015; Il P.M. ha depositato conclusioni scritte. n. 16446/2016 R.G.

RILEVATO che con sentenza depositata il 15.03.2016 la Corte di appello di Genova, confermando la pronuncia di primo grado, ha respinto il reclamo proposto dal sig. xxxx e per l'effetto ha rigettato la domanda di annullamento del licenziamento disciplinare intimatogli in data 03.12.2013 dalla società yyy, per aver impiegato più di 3,5 ore di tempo per eseguire una lavorazione che un operaio con esperienza analoga avrebbe eseguito in poco più di mezz'ora, considerate - quali elementi costitutivi del potere espulsivo - tre precedenti sanzioni disciplinari conservative; che la Corte territoriale, dopo aver rilevato la sussistenza della recidiva in capo all'xxx già destinatario di tre precedenti provvedimenti disciplinari di sospensione (del 12.1.2011, del 16.9.2013 e del 30.9.2013), ritenuti dalla Corte medesima validi ed efficaci, e dopo aver altresì rilevato che la domanda riguardante la violazione dell'art. 4 della legge 20 maggio 1970. n. 300 fosse stata tardivamente proposta e, comunque, non fondata nel merito (per impossibilità di comprendere tra i controlli "a distanza" l'uso di un lettore ottico e di un codice a barre), concludeva per la legittimità del licenziamento disciplinare comminato ai sensi dell'art. 10 CCNL settore Metalmeccanica Industria privata, poiché correttamente sorretto dalla recidiva in una qualunque delle mancanze previste dall'art. 9 CCNL, tra cui la voluta negligenza o lentezza nell'esecuzione del lavoro; che per la cassazione della sentenza il sig. xxx propone ricorso affidato a tre motivi illustrati da memoria; che la società ha depositato controricorso; che il P.G. in data 26.3.2018 ha chiesto il rigetto del ricorso;

CONSIDERATO che con il primo motivo di ricorso si denunzia violazione e falsa applicazione degli artt.8, 9 e 10 CCNL metalmeccanici, dell'art. 99 cod.pen. nonché dell'art. 7, Statuto dei Lavoratori (ex art. 360, primo comma, n. 3 cod.proc.civ.), per non aver la Corte distrettuale correttamente interpretato ed applicato l'istituto della recidiva, la cui disciplina va mutuata esclusivamente dal processo penale, con conseguente necessità della ricorrenza di due precedenti provvedimenti "definitivi" (ossia confermati con n. 16446/2016 R.G. sentenza passata in giudicato), tra i quali non può annoverarsi la contestazione disciplinare del 30.9.2013, impugnata in sede giudiziale; che con il secondo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 8, 9 e 10 CCNL in relazione all'art. 7, Statuto dei Lavoratori (ex art. 360, primo comma, n. 3, cod.proc.civ.) avendo, la Corte distrettuale ritenuto efficace anche la contestazione del 16.9.2013 in considerazione della sua applicazione da parte del datore di lavoro, nonostante fosse stato contestato il vizio di omessa comunicazione; che con il terzo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione dell'art. 4, L. 20 maggio 1970, n. 300 (ex art. 360, primo comma, n. 3, cod.proc.civ.), avendo erroneamente la Corte territoriale ritenuto tardivamente sollevato (e, comunque, infondato) l'ulteriore motivo di illegittimità del licenziamento consistente nella sottoposizione del lavoratore a controlli a distanza; che il primo motivo di ricorso è infondato, atteso che l'istituto della recidiva presenta caratteri autonomi rispetto all'istituto regolato dal diritto penale, costituendo espressione unilaterale di autonomia privata del datore di lavoro, in relazione alla quale l'impugnazione da parte del lavoratore sanzionato è solo eventuale e, in ogni caso, non costituisce causa di sospensione della sua efficacia (cfr. sulla efficacia delle sanzioni disciplinari temporaneamente sospese, ex art. 7, comma 6, della legge n. 300 del 1970, a seguito di costituzione del collegio di conciliazione ed arbitrato, Cass.n. 7719 del 2016, Cass. n. 172 del 2005, Cass. 3915 del 1996); che il secondo motivo, attesa la reiezione del primo, oltre che risultare ultroneo (essendo sufficiente, ai sensi dell'art. 10 del CCNL di settore, la sussistenza di due precedenti disciplinari), risulta comunque inammissibile, per avere ricondotto sotto l'archetipo della violazione di legge censure che in realtà si risolvono nella diversa valutazione delle risultanze istruttorie, avendo - la Corte territoriale - ritenuto sfornita di prova la deduzione della mancata notifica del provvedimento disciplinare del 16.9.2013, né risultando che il CCNL richiedesse una veste formale specifica per la comunicazione di una sanzione disciplinare; che il terzo motivo di ricorso appare inammissibilmente formulato perché, senza contestare la statuizione di tardività della dedotta violazione dell'art. 4 della legge n. 300 del 1970 (in quanto profilo sollevato solamente in sede di discussione della causa), sollecita una diversa lettura delle risultanze procedimentali in ordine alla n. 16446/2016 R.G. percezione della condotta datoriale illegittima, sindacato non suscettibile di vaglio in sede di legittimità; che, ferma l'inammissibilità per carenza di impugnazione di entrambe le rationes decidendi, la Corte territoriale ha correttamente affermato - in conformità a orientamento consolidato di questa Corte - che, in tema di controllo del lavoratore, non è soggetta alla disciplina dell'art. 4, comma 2, legge n. 300 del 1970, l'installazione di impianti ed apparecchiature di controllo poste per esigenze organizzative e produttive o a tutela del patrimonio aziendale dalle quali non derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività lavorativa né risulti in alcun modo compromessa la dignità e riservatezza dei lavoratori (cfr. da ultimo, Cass. n. 22662 del 2016; Cass. n. 2531 del 2016, in motivazione; Cass. n. 10636 del 2017); che, in conclusione, il ricorso va rigettato e le spese di lite seguono il criterio della soccombenza dettato dall'art. 91 cod.proc.civ.; che sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013);

P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, delle spese del presente giudizio di legittimità liquidate in euro 200,00 per esborsi e in euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 1 5 % ed accessori di legge. Ai sensi dell'art. 13, comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13. Così deciso nell'Adunanza camerale del 17 aprile 2018.