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Vitalizi. Di Maio a ex parlamentari: ve li togliamo anche se piangete.

 

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Vitalizi. Di Maio a ex parlamentari: ve li togliamo anche se piangete. Boeri: no a intenti punitivi

29.06.2018 - "Oggi ho letto un articolo divertentissimo sul Corriere della sera. Raccoglie le lamentele di alcuni ex parlamentari a cui toglieremo i vitalizi tra pochi giorni". Lo scrive su Facebook il vicepremier Luigi Di Maio, che racconta: "Uno piange miseria perche' da 4.700 euro al mese grazie alla nostra delibera prenderà 2.500 e parla di atto illiberale. Ma dico io: ma se hai versato contributo per avere una pensione di 2.500 euro perchè te ne davo dare il doppio? Questa è giustizia, altro che illiberalità. Un altro dice che da 2.000 passerà a 400 ed è una rapina. Quindi parliamo di un ex parlamentare che ha versato contributi solo per avere una pensione minima.

Capite questa gente? Quando erano in parlamento non hanno mosso un dito per alzare le pensioni minime perchè tanto loro avevano il vitalizio che valeva 5 volte tanto. Adesso lo Stato se ne frega di difendere chi ha i privilegi e pensa a proteggere i più deboli. Potete piangere e strepitare quanto volete, tanto non si torna indietro. NOI I VITALIZI VE LI TOGLIAMO. Mettetevi l'anima in pace", conclude.

 © Fornito da RAI COM SPA (Articles)

Boeri: simbolo conta, ma non intenti punitivi

"Il ragionamento simbolico conta tantissimo", ma "detto questo "non devono esserci intenti punitivi". Lo ha detto il presidente dell'Inps, Tito Boeri, parlando del taglio dei vitalizi ai deputati nel suo intervento al festival del lavoro, a Milano. Secondo Boeri, quello che si potrebbe risparmiare dal taglio "non sono briciole. Secondo le nostre stime, anche tagliando quelli dei senatori e di altre cariche elettive, come i consiglieri regionali, l'intervento poteva portare fino a 200 milioni, che sono niente rispetto al debito pubblico, ma sono importanti".

Di Maio vira a sinistra: ora vuole triplicare il reddito di inclusione

Come in un gioco di specchi: a destra Matteo Salvini, a sinistra Luigi di Maio. La complicata convivenza fra Lega e Movimento Cinque Stelle somiglia sempre di più ad un compromesso storico 2.0 in cui ciascuno cerca di riempire lo spazio politico cui aspira. Quanto più il ministro degli Interni alza i toni contro gli immigrati, tanto più quello dello Sviluppo si mostra attento a disoccupati, famiglie, dipendenti di aziende in crisi. Rilascia interviste ai giornali cattolici (Avvenire), promette «guerra al precariato». Il decreto dignità ha tutti i crismi di sinistra: multe per le imprese che delocalizzano, una stretta sul gioco d’azzardo, sui contratti a tempo determinato, su quelli di somministrazione (il cosiddetto staff leasing). Di Maio non sembra preoccupato delle proteste di Confindustria contro il ritorno della causale per i contratti a termine, né di possibili effetti negativi per l’occupazione. Nel suo entourage ricordano che in fondo si tratta di misure simili a quelle prese dal governo Prodi nel 2007 e da quello di Monti nel 2012. In entrambi i casi (nel 2009 e nel 2015) Berlusconi e Renzi fecero marcia indietro, ma per Di Maio non è un argomento a sfavore.

Come dimostra il rinvio di qualche giorno del decreto, la coperta resta corta anche per il governo gialloverde. Sulla Finanziaria d’autunno Di Maio ha però le idee chiare: a Giovanni Tria chiederà di innalzare le pensioni sociali e triplicare la dote del reddito di inclusione. In attesa di realizzare l’utopia di un assegno a tutti coloro che non lavorano, il leader Cinque stelle vuole raggiungere almeno le famiglie in povertà assoluta. Tutto sommato lo stesso obiettivo che - fuori tempo massimo - aveva immaginato il Pd.

Come dimostra il rinvio di qualche giorno del decreto, la coperta resta corta anche per il governo gialloverde

 © REUTERS Di Maio vira a sinistra: ora vuole triplicare il reddito di inclusione

Nel bilancio ci sono quasi due miliardi: una volta sterilizzato l’aumento Iva e finanziate le spese non rinviabili trovarne fino a sei non sarà facile. Di Maio spera in uno sforzo dell’Europa e nell’aiuto del Tesoro, contro il quale non c’è stata finora una sola parola di vera critica per le uscite (a suo avviso fin troppo prudenti) sulla gestione dei conti pubblici. Se lo spazio non ci fosse, per evitare dolorosi tagli alla spesa una soluzione potrebbe essere la riduzione della platea dei beneficiari del bonus Renzi, anche se nel Movimento viene valutata come extrema ratio. Di Maio vuole costruirsi un’immagine di uomo di governo deciso ma accorto. Dimenticate dunque il vasto programma dell’abolizione della legge Fornero, o l’introduzione di «quota cento» (secondo Tito Boeri un’ipotesi dalle conseguenze devastanti per i conti pubblici). Ieri nel bollettino della Banca centrale europea è apparso un passaggio che suona come un avvertimento ai palazzi romani: «il rischio di compiere passi indietro rispetto alle riforme pensionistiche (in Italia e Spagna, ndr) è elevato». Nei piani di Di Maio c’è comunque un intervento dichiaratamente redistributivo. Nel mirino non sono finiti solo i vitalizi dei parlamentari, ma tutte le pensioni sopra i cinquemila euro calcolate con il metodo contributivo. Secondo i suoi calcoli sarebbe possibile risparmiare fino a un miliardo con cui finanziare un aumento delle pensioni sociali: stime generose, al momento aleatorie.

I contorni della Dimaionomics saranno più chiari dopo l’estate, quando il Tesoro dovrà scrivere la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza e decidere quanta crescita e quanto deficit realizzare nel 2019. Per mettere a punto i piani Di Maio si è affidato a tre esperti con un solido pedigree di sinistra. Il più noto è Pasquale Tridico, professore di economia del lavoro a Roma Tre e già candidato ministro del governo cinque stelle. Fu lui a chiamarsi fuori dalla lista dei papabili quando il governo gialloverde prese forma, ma ha comunque accettato di dare una mano al leader senza alcun incarico. Gli altri sono due giuslavoristi noti nell’universo sindacale. Uno è l’ex assessore della giunta pugliese di Nichi Vendola e militante di Leu, Marco Barbieri. L’altro è Piergiovanni Allevi, eletto al consiglio regionale emiliano nella lista Tsipras, con un lungo passato nella Cgil e responsabile lavoro del neonato partito comunista confluito alle elezioni in Potere al Popolo. Insomma, Di Maio vuole conquistare le praterie abbandonate dal Pd renziano e le truppe deluse dal risultato di Grasso e Bersani.

Se Salvini farà l’opa a destra, Di Maio può realizzare quella a sinistra. Sempre che il Pd o quel che ne resterà non costruisca un’offerta politica alternativa.