“L’idea è di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni con 36 di contributi, oppure 41 anni e mezzo di contributi”. Alberto Brambilla, esperto di previdenza e già sottosegretario al Welfare nei governi Berlusconi tra il 2001 e il 2005, ha scritto la parte del contratto di governo Lega-M5s sul “superamento della legge Fornero”. In cui si parla dell’introduzione della “quota 100” come somma di età e contributi necessari per andare a riposo. Ma ora, dopo l’insediamento del governo Conte, in un’intervista a Repubblica Brambilla spiega che ci saranno dei paletti: la quota 100 non potrà essere ottenuta sommando, per esempio, 60 anni di età e 40 di contribuzioni. Di anni occorrerà averne almeno 64. Come inevitabile visto con uno stanziamento previsto di soli 5 miliardi di euro, come aveva spiegato al fattoquotidiano.it Stefano Patriarca, ex consulente di Palazzo Chigi sulla previdenza.

“Consentire di uscire a 64 anni significa di fatto annullare lo scalone Fornero che ha portato l’età a 67 anni dal 2019″, chiarisce ora Brambilla, che dice di essere stato contattato per un incarico a fianco di Luigi Di Maio al ministero del Lavoro e dello Sviluppo economico. Domenica la questione era stata sollevata anche dal presidente dell’Inps Tito Boeri: “Se si parla di quota 100, vuol dire che un lavoratore che ha 60 anni di cui 40 di contributi potrà andare in pensione, stiamo creando questa aspettativa. Se invece si vuole porre una condizione anagrafica di 64 anni, questo è diverso, ed è bene essere chiari”, aveva detto Boeri.

L’Inps aveva calcolato una spesa di 20 miliardi per attuare la ‘vera’ quota 100: “Non si conosce la proposta, ma guai a pensare che con quota 100 risolviamo ogni problema”, risponde Brambilla. “Bisogna puntare sui fondi esuberi o di solidarietà che esistono già per ogni categoria professionale”. Vale a dire che il costo dovrebbero pagarlo le imprese. Mentre verrebbe abolito l’Ape sociale, il meccanismo gratuito (nel senso che paga lo Stato) grazie al quale può uscire dal lavoro prima dei 64 anni chi appartiene a una serie di categorie svantaggiate: per esempio chi ha iniziato a lavorare giovanissimo, chi ha svolto sei anni di attività gravose negli ultimi sette, le persone disabili e i familiari che le assistono, consente già di andare in pensione prima dei 64 anni.

Per l’esperto “intervenire in modo chirurgico sulla Fornero si può e in 3-4 mesi. Poi entro un anno il nuovo Testo unico delle pensioni. I costi sono sostenibili“. Brambilla ha poi difeso un altro ragionamento inserito nel programma di governo: “La spesa per pensioni, depurata dall’assistenza, pesa solo l’11% sul Pil, in linea con gli altri paesi europei e sotto il 18,5% comunicato da Istat a Eurostat“.

Una posizione confutata da uno studio pubblicato prima della formazione del nuovo governo dall’Osservatorio dei Conti Pubblici, diretto dall’ex commissario alla spending review (e per pochi giorni premier incaricato) Carlo Cottarelli, secondo cui la spesa italiana per le pensioni rimarrebbe tra le più alte al mondo anche escludendo quelle sociali e per gli invalidi.