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Almaviva, reintegrati 153 ex dipendenti della sede di Roma

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16.11.2017 - Il giudice ha condannato Almaviva a reintegrare 153 lavoratori e a corrispondere loro un’indennità pari agli stipendi dal giorno del licenziamento più gli interessi. Secondo il giudice discriminati i lavoratori che non hanno accettato tagli alle retribuzioni

La decisione è contenuta in 5 ordinanze identiche, firmate dal giudice Umberto Buonassisi, e relative a vari gruppi di lavoratori per un totale di 153, rappresentati dagli avvocati Pier Luigi Panici e Carlo Guglielmi.

L'ordinanza motiva la propria decisione citando numerose sentenze della Cassazione. Il giudice del lavoro si era già espresso con altre cinque pronunce su Almaviva relative ai ricorsi di gruppi molto meno numerosi di lavoratori, assistiti da altri legali.

L'esito di questi ricorsi, che facevano leva su questioni diverse da quelle prese ora in considerazione e non sollevavano il tema della discriminazione, era però stato negativo per i dipendenti.

Ora il 15 dicembre è attesa un'altra decisione, per un centinaio di addetti, divisi in cinque gruppi, difesi sempre da Panici e Guglielmi.

L’azienda: faremo ricorso immediatamente.

AlmavivaContact, «mantenendo ferma la convinzione del proprio corretto operato, darà ovviamente attuazione all’ordinanza - riammettendo i lavoratori presso le sedi disponibili, tenendo conto che il sito operativo di Roma è chiuso - ma la impugnerà immediatamente, al fine di revocarne gli effetti in tempi brevi», ha comunicato l’azienda subito dopo la sentenza del giudice del lavoro che ha dichiarato illegittimi i licenziamenti. In una nota, Almaviva ricorda che 9 giudici su 10 hanno dichiarato «pienamente legittima la condotta aziendale».

La posizione dei sindacati, ovviamente, è di tutt’altro tenore: «Una sentenza che rende giustizia a quei lavoratori e, forse, potrebbe aiutare a superare una stagione improvvida nella quale le prove di forza ed i ricatti hanno sostituito le corrette relazioni sindacali», sottolinea la Cgil nazionale, la Slc Cgil nazionale, la Cgil di Roma e Lazio e la Slc di Roma e Lazio. Per i sindacati «va definitivamente archiviata una stagione che ha voluto imporre sacrifici inutili quando illegittimi ai lavoratori facendo leva, nel dividerli, sul pressante bisogno di mantenere un posto di lavoro».

L'AVVOCATO: «È STATA UN'AZIONE PUNITIVA». «Il giudice ha riconosciuto la discriminazione: Almaviva ha prima licenziato i lavoratori di Roma perché non hanno accettato la riduzione si stipendio, poi ha assunto 1.068 lavoratori precari, lo stesso numero di quelli che operavano nella sede romana, per far fronte alle commesse, molte delle quali pubbliche, che l'azienda ha mantenuto, come per altro è ricostruito anche nell'ordinanza del giudice». A sottolinearlo Pier Luigi Panini legale con Carlo Guglielmi dei 153 lavoratori. «Il comportamento dell'azienda» , ha aggiunto, «ha il sapore di un'azione punitiva, di una lezione collettiva data ad alcuni perché tutti gli altri 8 mila imparino».

La Sentenza

La sentenza, emessa dal giudice Buonassisi, sezione Lavoro del Tribunale di Roma, e’ netta: nelle 35 pagine il magistrato definisce il licenziamento “ritorsivo” e  parla di ‘’vera e propria rappresaglia’’ da parte di Almaviva nei confronti di coloro che avevano rifiutato l’intesa. Secondo il giudice,  i motivi  che l’azienda porta a supporto della propria decisione di licenziare “non sono assolutamente idonei a fornire la prova richiesta dalla legge”, ma  “servono a nascondere i veri motivi della scelta: liberarsi del più costoso personale romano che non aveva accettato la riduzione delle sue spettanze per sostituirlo, almeno in parte, con personale meno costoso e più conveniente. Anche a non volerla ritenere "ritorsiva" –insistono i giudici- si tratta comunque “di una scelta obiettivamente illegittima”, attuata “solo per ragioni inerenti il costo del personale romano che in nessun modo potevano giustificarla”.

E ancora, la sentenza afferma che l'aver proceduto ai licenziamenti collettivi solo per la sede di Roma e non anche per quella di Napoli, cosa che, secondo l’azienda, sarebbe "imputabile" proprio al rifiuto delle RSU di Roma di sottoscrivere l'accordo sindacale raggiunto, “sembra rovesciare l'ordine degli addendi”: l'accordo infatti “ non può essere contrario ai principi costituzionali e a norme imperative, nè può individuare criteri che, pur se indirettamente, risultano discriminatori, perché indirizzano, nell'ambito di una procedura collettiva e oltretutto con proposte di contenimento del costo del lavoro che sono anche palesemente lesive dei diritti individuali dei destinatari, la scelta finale dei lavoratori da licenziare verso quelli di una determinata unità produttiva anziché di un’altra”.

Per il tribunale, “appare evidente che tale scelta, e quindi anche l'accordo del 22.12.2016 se si aderisce all'interpretazione dello stesso di Almaviva, si risolve in una vera e propria illegittima discriminazione: chi non accetta di vedersi abbattere la retribuzione (a parità di orario e di mansioni) e lo stesso tfr, in spregio dell'art. 2103 cod. civ, dell'art. 36 e di numerosi altri precetti costituzionali ancora vigenti, viene licenziato e chi accetta viene invece salvato”.

“Un messaggio davvero inquietante –sottolinea la sentenza- anche per il futuro e che si traduce comunque in una condotta illegittima perché attribuisce valore decisivo ai fini della scelta dei lavoratori da licenziare, pur se tramite lo schermo dell'accordo sindacale, ad un fattore (il maggiore costo del personale di una certa sede rispetto ad altre) che per legge è invece del tutto irrilevante a questo fine”.

Pertanto, il tribunale dichiara “l'illegittimità licenziamento intimato ai ricorrenti e, per l'effetto, lo annulla e condanna la società resistente a reintegrare gli stessi lavoratori nel posto di lavoro e a corrispondere loro, a titolo di risarcimento danni, una indennità pari a tutte le retribuzioni globali di fatto maturate dal di del licenziamento, sino all’effettiva reintegra, detratto l'eventuale aliunde perceptum, con il versamento dei contributi previdenziali e assistenziali; oltre rivalutazione ed interessi sull’importo via via rivalutato fino al pagamento come per legge”.

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